Testo e foto di Cristian Magnani
Nel racconto "Quel giorno a Niella Tanaro", Mario Albertarelli descrive un episodio rimasto emblematico per chi pratica la pesca a passata: un branco di grossi cavedani che saliva in superficie a mangiare i bigattini lanciati come richiamo, ignorando sistematicamente quello innescato sull'amo, nonostante l'uso di terminali sottilissimi e ami da alborelle. Leggendo queste righe risulta evidente come il grande Mario, e più in generale i pescatori di quegli anni, non conoscessero ancora la pesca a galla.
E in effetti questa tecnica, che oggi fa parte del bagaglio di molti pescatori, ha preso piede in tempi relativamente recenti, favorita soprattutto dalla distribuzione sul mercato degli ami senza ardiglione, che hanno semplificato enormemente l'innesco sottopelle del bigattino, fino ad allora innescato di traverso su ami con ardiglione, con una pratica piuttosto scomoda e laboriosa. Il procedimento consisteva nell'incastrare la larva tra la punta e il gambo dell'amo, evitando così di farla scoppiare.
Se avete familiarità con questa tecnica, saprete già tutto di ami barbless, inneschi "alla faentina", micro galleggianti e tutto quello che si usa per tentare di fregare quelle grandi ombre nere che girano sotto il pelo dell'acqua. In caso contrario, leggete quanto segue e preparatevi alle emozioni forti, perché agganciare un grosso cavedano con una lenza leggerissima e una canna esile è davvero un'esperienza esaltante.
Con l'arrivo della buona stagione, i cavedani tendono a salire a galla per nutrirsi negli strati d'acqua più superficiali, e non è difficile, nelle giornate soleggiate, vederli nuotare sotto il pelo dell'acqua. Questo comportamento, istintivo e naturale, viene anche indotto quando pasturiamo con i bigattini, a patto di non lanciarne una quantità eccessiva: i cavedani salgono dal fondo e intercettano i bigattini appena caduti in acqua. A chi non è mai capitato di lanciare una manciata di cagnotti in acqua e vedere apparire grandi ombre scure, pronte ad aspirare in pochi secondi il cibo gettato?
Quando i pesci salgono in superficie, la tecnica per pescarli è la pesca a galla, sulla fiondata, e se l'acqua è particolarmente chiara si pesca a vista: si osserva la calata del bigattino innescato sull'amo e si ferra non appena un pesce lo aspira, senza curarsi della segnalazione del galleggiante.
Il cavedano è il pesce principe di questa tecnica, ma sempre più spesso capita di prendere anche barbi, che hanno imparato a contendere ai pesci dagli occhi gialli i bigattini che gettiamo in acqua. Anzi, in alcuni fiumi i barbi sono diventati così aggressivi da prendere il sopravvento sui cavedani che, anche in condizioni di frenesia alimentare, non perdono mai la loro proverbiale diffidenza, mentre i barbi, quando salgono a galla, si gettano sull'esca in velocità, facendo affondare il galleggiante con grande decisione.
L'attrezzatura per la pesca a galla è semplicissima: la canna ideale è una barbarina o una bolognese molto pronta e leggera, ma non rigida, per l'esiguità dei finali usati, di lunghezza sui 5 metri. Più la canna è lunga, più la ferrata sarà lenta, e in questo caso la velocità è essenziale. Alcuni usano canne da 7 metri per pescare sotto la punta della stessa, un po' come si fa con la roubaisienne; in caso contrario, con la lenza distante dalla punta, anche una 6 metri risulterebbe molto lenta e farebbe sbagliare un gran numero di abboccate. Personalmente preferisco la bolognese di 5 metri, scegliendo modelli che sappiano coniugare grande prontezza a un'azione piuttosto parabolica, così da favorire il recupero di grossi pesci anche con i sottili terminali che questa tecnica ci obbliga quasi sempre a usare.
Alla barbarina si abbina un recuperino o un piccolo mulinello taglia 500/750, mentre sulla bolognese possiamo montare un mulinello 1000/1500 o anche più grosso, a seconda dei gusti. Personalmente penso che il mulinello ideale sia quello a bobina chiusa, perché semplifica e velocizza molto l'uso, anche se in questa pesca non si lancia ma si appoggia la lenza in acqua: il mulinello quindi si tiene chiuso, e si usa solo nelle fasi di recupero del pesce, spesso di dimensioni ragguardevoli.
In bobina mettiamo uno 0,12, mentre nei "recuperini" da barbara spesso si monta un filo un po' più robusto, magari colorato, per avere sempre l'esatta percezione della posizione della lenza durante il recupero. La cosa non è comunque fondamentale: quello che conta è che la lenza attiva sia realizzata su uno 0,09 o 0,10, a seconda del finale usato. Come dice il grande Alan Scottorn, nella pesca con il galleggiante più sottile è la lenza e migliore è la presentazione della stessa: a riprova di questo, basta considerare che in una finale del CIS a Peschiera del Garda c'era chi pescava a galla con una lenza diretta di 0,08 in fluorocarbon. Nella pesca con la bolognese non conviene montare un monofilo troppo sottile in bobina, ad esempio uno 0,10, perché basta attorcigliare qualche volta il filo sull'apicale per rovinarlo e indebolirlo, rischiando di rompere la lenza sopra il galleggiante: meglio montare uno 0,12 e realizzare la lenza attiva su nylon di sezione più sottile.
Il terminale può andare dallo 0,10 allo 0,06, a seconda della limpidezza dell'acqua e della diffidenza dei pesci. Fondamentale è la sua lunghezza: il bigattino innescato all'amo deve scendere in mezzo alla nuvola di quelli gettati come richiamo, e la lunghezza del terminale è determinante perché l'amo segua la lenza in maniera naturale. In sostanza, bisogna quasi considerare la distanza amo-asola/primo pallino come la prima frazione della nostra scalata: avremo quindi finali piuttosto corti, dagli 8-10 cm fino ai 20-25, per salire a 30 quando si pesca in grandi fiumi, staccati, con 1,5-2 metri di fondo in lenza. Un'alternativa valida è fare finali più lunghi, anche fino a 40 cm, pinzandovi sopra uno o più piccoli pallini. Ho scritto piccoli, senza dare un riferimento numerico, perché sta alla sensibilità del pescatore capire in che condizioni si sta pescando e quali pallini servano: a Umbertide metterò un 13 o un 14, mentre in un fiume come il Mincio a Peschiera o nel Piave, dove la massa d'acqua è notevolmente maggiore, servirà un numero 11.
In fondo al terminale monteremo un amo di dimensioni adatte all'innesco di un singolo bigattino, quindi dal 21 al 27, rigorosamente senza ardiglione, per non rovinare il bigattino e il pesce. Il bigattino va innescato sottopelle a metà corpo, in modo che cali in orizzontale, come i bigattini lanciati per richiamo. Come già accennato, quando non esistevano ami senza ardiglione si innescava il bigattino incastrandolo tra punta e gambo, con ami dalla curva molto stretta: oggi questo sistema è caduto in disuso, grazie alla disponibilità di ami senza ardiglione o con micro ardiglione, con cui, con un pizzico di attenzione, si riesce a innescare il bigattino sottopelle senza rovinarlo. Per il bigattino singolo la misura va dal 24 al 27, per l'orsetto dal 21 al 23: si sceglie in base alle dimensioni e al peso del bigattino, scendendo alle misure più piccole soprattutto se i pesci si mostrano più diffidenti.
Dopo tanti anni dedicati a questa tecnica, e dopo aver meritato l'inferno per le imprecazioni dette a ogni mangiata andata a vuoto, ho cominciato a seguire i consigli del mio amico Paolo Bonoli, secondo il quale, quando i pesci sono in grande frenesia e si sbagliano tante abboccate, bisogna mettere un amo grosso, come un 20 o un 22: i pesci mangeranno comunque, e noi ne ferreremo qualcuno in più. Non sempre questo assunto è esatto: ci sono casi in cui abbiamo a che fare con pochi pesci molto diffidenti, ed è necessario scendere di diametro del nylon a uno 0,06/0,07 con un amo del 26/27, se si vuole ingannare qualche pesce di taglia. Ma in tanti altri casi i pesci mangiano, e il problema non è farli abboccare quanto agganciarli: allora conviene montare un amo a curva larga, e le ferrate a segno aumenteranno.
I galleggianti da usare sono di grammatura da 0,05 a 0,20 massimo, in condizioni di acqua pressoché ferma, mentre con acqua corrente capita di salire anche a 0,30-0,50. Ideali per questa tecnica sono i modelli di lunghezza contenuta, per favorire un veloce ingresso in pesca: poco importa la forma, carota o a goccia vanno bene entrambe. Deriva in carbonio o in tonchino, quest'ultima più adatta se si pesca non a vista e in calata, perché il galleggiante entra in pesca seguendo la lenza e riesce a mostrare le mangiate in calata. L'importante è che la deriva non sia lunga, perché non serve stabilità, ma piuttosto che il galleggiante entri velocemente in pesca. Altra caratteristica fondamentale è che siano a filo passante, in modo da non ledere la lenza nonostante i frequenti spostamenti. Esistono galleggianti a testa tronca, senza antenna, con il filo passante centralmente, che servono a evitare attorcigliamenti sulla lenza.
Chi ha pratica di questa tecnica sa bene quanto sia facile "ciccare" una mangiata e trovarsi con la lenza catapultata indietro a tutta velocità, con il risultato di ritrovarsi il nylon aggrovigliato sul galleggiante o, peggio, sulla vetta della canna. In questi casi un galleggiante senza antenna è meno predisposto ad agganciare la lenza, mentre per gli inestricabili grovigli sulla vetta della canna non c'è altra soluzione se non ferrare molto corto — cosa non facile quando dobbiamo rispondere a un'abboccata fulminea.
La lenza va realizzata con pallini tutti uguali, o comunque di misure 13 e/o 12: alcuni usano il numero 14, oppure gli styl nelle misure più piccole, n° 7 e n° 8. Pescando in grandi fiumi, o con acqua corrente in maniera sensibile, possiamo salire fino a un 11 o un 10, evitando pallini più grossi e, al limite, doppiando i pallini delle misure più piccole. Come vadano disposti è presto detto: a bottoni di camicia, o a stringere verso l'alto. Se i pesci mangiano appena sotto il pelo dell'acqua, può essere necessario fare un bulk sotto la deriva del galleggiante, in modo da entrare in pesca correttamente con lenze lunghe solo 30-40 cm. Come già detto parlando dei finali, in questa pesca il bigattino deve calare insieme a quelli lanciati come pastura, quindi sia la piombatura (per peso e spaziatura dei pallini) sia la distanza amo-galleggiante vanno aggiustate in modo che la velocità di discesa sia uguale a quella della pastura.
I bigattini lanciati sono la chiave di volta della pesca a galla: è proprio lanciandoli che mandiamo in frenesia alimentare i cavedani, facendo loro perdere la caratteristica diffidenza. Questo avviene soprattutto quando i cavedani presenti sono tanti, mentre con branchi radi le difficoltà aumentano. La quantità di bigattini da lanciare come richiamo, e quando lanciarli, è importantissima, e sta a noi, di volta in volta, capire quanti lanciarne e se il lancio va fatto immediatamente prima o immediatamente dopo aver steso in acqua la lenza. Troppi bigattini non vengono mangiati a galla e portano i cavedani a seguirli verso il fondo; pochi non sono un richiamo sufficiente, e i pesci non entrano in competizione tra loro.
La pesca a galla non ha regole precise: ogni volta bisogna trovare la misura giusta, ma il fatto di vedere il pesce, o di intravederlo, ci dice immediatamente se stiamo pescando bene o se stiamo facendo errori, e come rimediare.
La naturalezza della calata può essere enfatizzata innescando bigattini "galleggianti", cioè messi in un dito d'acqua in modo che ingurgitino aria: in questo modo il bigattino cala più lentamente, bilanciando il peso dell'amo. Io personalmente non lo faccio mai: piuttosto faccio molta attenzione a come stendo la lenza in acqua, che secondo me influisce molto di più sul modo in cui l'esca cala, rispetto a un bigattino bagnato che molte volte va giù troppo piano.
Quando l'acqua è particolarmente chiara e il pesce mangia nel primo metro, spesso si riesce a pescare a vista, cioè a seguire la calata del bigattino e a ferrare quando vediamo il cavedano aspirarlo. Questa è la situazione più bella, sia per le emozioni che dà sia per la sua efficacia, perché aumenta di molto il numero delle ferrate a segno.
In ogni caso, la pesca a galla è una tecnica molto divertente, in grado di dare grandissime emozioni e catture da sogno.
E in effetti questa tecnica, che oggi fa parte del bagaglio di molti pescatori, ha preso piede in tempi relativamente recenti, favorita soprattutto dalla distribuzione sul mercato degli ami senza ardiglione, che hanno semplificato enormemente l'innesco sottopelle del bigattino, fino ad allora innescato di traverso su ami con ardiglione, con una pratica piuttosto scomoda e laboriosa. Il procedimento consisteva nell'incastrare la larva tra la punta e il gambo dell'amo, evitando così di farla scoppiare.
Se avete familiarità con questa tecnica, saprete già tutto di ami barbless, inneschi "alla faentina", micro galleggianti e tutto quello che si usa per tentare di fregare quelle grandi ombre nere che girano sotto il pelo dell'acqua. In caso contrario, leggete quanto segue e preparatevi alle emozioni forti, perché agganciare un grosso cavedano con una lenza leggerissima e una canna esile è davvero un'esperienza esaltante.
Con l'arrivo della buona stagione, i cavedani tendono a salire a galla per nutrirsi negli strati d'acqua più superficiali, e non è difficile, nelle giornate soleggiate, vederli nuotare sotto il pelo dell'acqua. Questo comportamento, istintivo e naturale, viene anche indotto quando pasturiamo con i bigattini, a patto di non lanciarne una quantità eccessiva: i cavedani salgono dal fondo e intercettano i bigattini appena caduti in acqua. A chi non è mai capitato di lanciare una manciata di cagnotti in acqua e vedere apparire grandi ombre scure, pronte ad aspirare in pochi secondi il cibo gettato?
Quando i pesci salgono in superficie, la tecnica per pescarli è la pesca a galla, sulla fiondata, e se l'acqua è particolarmente chiara si pesca a vista: si osserva la calata del bigattino innescato sull'amo e si ferra non appena un pesce lo aspira, senza curarsi della segnalazione del galleggiante.
Il cavedano è il pesce principe di questa tecnica, ma sempre più spesso capita di prendere anche barbi, che hanno imparato a contendere ai pesci dagli occhi gialli i bigattini che gettiamo in acqua. Anzi, in alcuni fiumi i barbi sono diventati così aggressivi da prendere il sopravvento sui cavedani che, anche in condizioni di frenesia alimentare, non perdono mai la loro proverbiale diffidenza, mentre i barbi, quando salgono a galla, si gettano sull'esca in velocità, facendo affondare il galleggiante con grande decisione.
L'attrezzatura per la pesca a galla è semplicissima: la canna ideale è una barbarina o una bolognese molto pronta e leggera, ma non rigida, per l'esiguità dei finali usati, di lunghezza sui 5 metri. Più la canna è lunga, più la ferrata sarà lenta, e in questo caso la velocità è essenziale. Alcuni usano canne da 7 metri per pescare sotto la punta della stessa, un po' come si fa con la roubaisienne; in caso contrario, con la lenza distante dalla punta, anche una 6 metri risulterebbe molto lenta e farebbe sbagliare un gran numero di abboccate. Personalmente preferisco la bolognese di 5 metri, scegliendo modelli che sappiano coniugare grande prontezza a un'azione piuttosto parabolica, così da favorire il recupero di grossi pesci anche con i sottili terminali che questa tecnica ci obbliga quasi sempre a usare.
Alla barbarina si abbina un recuperino o un piccolo mulinello taglia 500/750, mentre sulla bolognese possiamo montare un mulinello 1000/1500 o anche più grosso, a seconda dei gusti. Personalmente penso che il mulinello ideale sia quello a bobina chiusa, perché semplifica e velocizza molto l'uso, anche se in questa pesca non si lancia ma si appoggia la lenza in acqua: il mulinello quindi si tiene chiuso, e si usa solo nelle fasi di recupero del pesce, spesso di dimensioni ragguardevoli.
In bobina mettiamo uno 0,12, mentre nei "recuperini" da barbara spesso si monta un filo un po' più robusto, magari colorato, per avere sempre l'esatta percezione della posizione della lenza durante il recupero. La cosa non è comunque fondamentale: quello che conta è che la lenza attiva sia realizzata su uno 0,09 o 0,10, a seconda del finale usato. Come dice il grande Alan Scottorn, nella pesca con il galleggiante più sottile è la lenza e migliore è la presentazione della stessa: a riprova di questo, basta considerare che in una finale del CIS a Peschiera del Garda c'era chi pescava a galla con una lenza diretta di 0,08 in fluorocarbon. Nella pesca con la bolognese non conviene montare un monofilo troppo sottile in bobina, ad esempio uno 0,10, perché basta attorcigliare qualche volta il filo sull'apicale per rovinarlo e indebolirlo, rischiando di rompere la lenza sopra il galleggiante: meglio montare uno 0,12 e realizzare la lenza attiva su nylon di sezione più sottile.
Il terminale può andare dallo 0,10 allo 0,06, a seconda della limpidezza dell'acqua e della diffidenza dei pesci. Fondamentale è la sua lunghezza: il bigattino innescato all'amo deve scendere in mezzo alla nuvola di quelli gettati come richiamo, e la lunghezza del terminale è determinante perché l'amo segua la lenza in maniera naturale. In sostanza, bisogna quasi considerare la distanza amo-asola/primo pallino come la prima frazione della nostra scalata: avremo quindi finali piuttosto corti, dagli 8-10 cm fino ai 20-25, per salire a 30 quando si pesca in grandi fiumi, staccati, con 1,5-2 metri di fondo in lenza. Un'alternativa valida è fare finali più lunghi, anche fino a 40 cm, pinzandovi sopra uno o più piccoli pallini. Ho scritto piccoli, senza dare un riferimento numerico, perché sta alla sensibilità del pescatore capire in che condizioni si sta pescando e quali pallini servano: a Umbertide metterò un 13 o un 14, mentre in un fiume come il Mincio a Peschiera o nel Piave, dove la massa d'acqua è notevolmente maggiore, servirà un numero 11.
In fondo al terminale monteremo un amo di dimensioni adatte all'innesco di un singolo bigattino, quindi dal 21 al 27, rigorosamente senza ardiglione, per non rovinare il bigattino e il pesce. Il bigattino va innescato sottopelle a metà corpo, in modo che cali in orizzontale, come i bigattini lanciati per richiamo. Come già accennato, quando non esistevano ami senza ardiglione si innescava il bigattino incastrandolo tra punta e gambo, con ami dalla curva molto stretta: oggi questo sistema è caduto in disuso, grazie alla disponibilità di ami senza ardiglione o con micro ardiglione, con cui, con un pizzico di attenzione, si riesce a innescare il bigattino sottopelle senza rovinarlo. Per il bigattino singolo la misura va dal 24 al 27, per l'orsetto dal 21 al 23: si sceglie in base alle dimensioni e al peso del bigattino, scendendo alle misure più piccole soprattutto se i pesci si mostrano più diffidenti.
Dopo tanti anni dedicati a questa tecnica, e dopo aver meritato l'inferno per le imprecazioni dette a ogni mangiata andata a vuoto, ho cominciato a seguire i consigli del mio amico Paolo Bonoli, secondo il quale, quando i pesci sono in grande frenesia e si sbagliano tante abboccate, bisogna mettere un amo grosso, come un 20 o un 22: i pesci mangeranno comunque, e noi ne ferreremo qualcuno in più. Non sempre questo assunto è esatto: ci sono casi in cui abbiamo a che fare con pochi pesci molto diffidenti, ed è necessario scendere di diametro del nylon a uno 0,06/0,07 con un amo del 26/27, se si vuole ingannare qualche pesce di taglia. Ma in tanti altri casi i pesci mangiano, e il problema non è farli abboccare quanto agganciarli: allora conviene montare un amo a curva larga, e le ferrate a segno aumenteranno.
I galleggianti da usare sono di grammatura da 0,05 a 0,20 massimo, in condizioni di acqua pressoché ferma, mentre con acqua corrente capita di salire anche a 0,30-0,50. Ideali per questa tecnica sono i modelli di lunghezza contenuta, per favorire un veloce ingresso in pesca: poco importa la forma, carota o a goccia vanno bene entrambe. Deriva in carbonio o in tonchino, quest'ultima più adatta se si pesca non a vista e in calata, perché il galleggiante entra in pesca seguendo la lenza e riesce a mostrare le mangiate in calata. L'importante è che la deriva non sia lunga, perché non serve stabilità, ma piuttosto che il galleggiante entri velocemente in pesca. Altra caratteristica fondamentale è che siano a filo passante, in modo da non ledere la lenza nonostante i frequenti spostamenti. Esistono galleggianti a testa tronca, senza antenna, con il filo passante centralmente, che servono a evitare attorcigliamenti sulla lenza.
Chi ha pratica di questa tecnica sa bene quanto sia facile "ciccare" una mangiata e trovarsi con la lenza catapultata indietro a tutta velocità, con il risultato di ritrovarsi il nylon aggrovigliato sul galleggiante o, peggio, sulla vetta della canna. In questi casi un galleggiante senza antenna è meno predisposto ad agganciare la lenza, mentre per gli inestricabili grovigli sulla vetta della canna non c'è altra soluzione se non ferrare molto corto — cosa non facile quando dobbiamo rispondere a un'abboccata fulminea.
La lenza va realizzata con pallini tutti uguali, o comunque di misure 13 e/o 12: alcuni usano il numero 14, oppure gli styl nelle misure più piccole, n° 7 e n° 8. Pescando in grandi fiumi, o con acqua corrente in maniera sensibile, possiamo salire fino a un 11 o un 10, evitando pallini più grossi e, al limite, doppiando i pallini delle misure più piccole. Come vadano disposti è presto detto: a bottoni di camicia, o a stringere verso l'alto. Se i pesci mangiano appena sotto il pelo dell'acqua, può essere necessario fare un bulk sotto la deriva del galleggiante, in modo da entrare in pesca correttamente con lenze lunghe solo 30-40 cm. Come già detto parlando dei finali, in questa pesca il bigattino deve calare insieme a quelli lanciati come pastura, quindi sia la piombatura (per peso e spaziatura dei pallini) sia la distanza amo-galleggiante vanno aggiustate in modo che la velocità di discesa sia uguale a quella della pastura.
I bigattini lanciati sono la chiave di volta della pesca a galla: è proprio lanciandoli che mandiamo in frenesia alimentare i cavedani, facendo loro perdere la caratteristica diffidenza. Questo avviene soprattutto quando i cavedani presenti sono tanti, mentre con branchi radi le difficoltà aumentano. La quantità di bigattini da lanciare come richiamo, e quando lanciarli, è importantissima, e sta a noi, di volta in volta, capire quanti lanciarne e se il lancio va fatto immediatamente prima o immediatamente dopo aver steso in acqua la lenza. Troppi bigattini non vengono mangiati a galla e portano i cavedani a seguirli verso il fondo; pochi non sono un richiamo sufficiente, e i pesci non entrano in competizione tra loro.
La pesca a galla non ha regole precise: ogni volta bisogna trovare la misura giusta, ma il fatto di vedere il pesce, o di intravederlo, ci dice immediatamente se stiamo pescando bene o se stiamo facendo errori, e come rimediare.
La naturalezza della calata può essere enfatizzata innescando bigattini "galleggianti", cioè messi in un dito d'acqua in modo che ingurgitino aria: in questo modo il bigattino cala più lentamente, bilanciando il peso dell'amo. Io personalmente non lo faccio mai: piuttosto faccio molta attenzione a come stendo la lenza in acqua, che secondo me influisce molto di più sul modo in cui l'esca cala, rispetto a un bigattino bagnato che molte volte va giù troppo piano.
Quando l'acqua è particolarmente chiara e il pesce mangia nel primo metro, spesso si riesce a pescare a vista, cioè a seguire la calata del bigattino e a ferrare quando vediamo il cavedano aspirarlo. Questa è la situazione più bella, sia per le emozioni che dà sia per la sua efficacia, perché aumenta di molto il numero delle ferrate a segno.
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