Testo e foto di Cristian Magnani
La pesca a passata, nel nostro paese, sembra dividersi in due correnti diverse, due scuole ben distinte, seguendo la profonda diversità tra i fiumi in cui viene praticata.
Da una parte ci sono il Po e i fiumi che scendono dalle Alpi: oltre al già citato grande fiume, corsi d'acqua imponenti come il Ticino, l'Adda, l'Adige, insieme a fiumi alimentati dalle nevi alpine o dai grandi laghi e sempre ricchi d'acqua, come l'Oglio, il Mincio, il Piave, solo per citare i primi che mi vengono in mente. Senza dimenticare i profondi fiumi del Triveneto, dall'Isonzo al Brenta, al Tagliamento, passando per Sile e Livenza. A ben vedere, tutta la pianura padana è percorsa da un numero pressoché infinito di fiumi e canali ricchissimi d'acqua, che la attraversano come un fitto reticolo di vasi sanguigni.
Dall'altra parte, a sud del Po, ci sono tutti i corsi d'acqua di portata minore che scendono dagli Appennini: fiumi di carattere principalmente torrentizio, accomunati dalla portata fortemente variabile in base alla consistenza delle precipitazioni. Anche fiumi di notevole lunghezza come il Tevere e l'Arno restano fiumi dalla portata mutevole, nei tratti che interessano il pescatore a passata.
La diversità delle situazioni imposte dai diversi ambienti è tale da aver, nel corso degli anni, portato a modi peculiari di interpretare la stessa tecnica, fino a farle divergere al punto da sembrare quasi due discipline diverse, accomunate solo dal nome. Abbiamo quindi una scuola "dei grandi fiumi", contrapposta a una scuola "dei piccoli fiumi". E che queste due correnti siano profondamente diverse è fuori di dubbio: basti vedere come, sui vari social, passatisti di provenienze diverse rispondano a uno stesso quesito in maniera totalmente diversa, rivelando una filosofia di fondo opposta, così come opposti sono gli ambienti e i problemi tecnici che si sono trovati ad affrontare.
Lungi da me voler dare qui un giudizio sulle due diverse tipologie di pesca a passata: non voglio addentrarmi in un confronto per stabilire quale sia la più facile e quale la più difficile, sarebbe sciocco, perché ognuna delle due presenta difficoltà diverse. Ma ognuno di noi è naturalmente portato a desiderare ciò che non ha, ciò che rappresenta un'eccezione alla propria routine. Così come un pescatore abituato a fiumi che in estate quasi scompaiono rimane affascinato dall'imponenza dei grandi fiumi, da quelle enormi masse d'acqua in movimento, allo stesso modo il pescatore abituato ai corsi d'acqua maggiori viene attirato dai paesaggi opposti, da piccoli fiumi, quasi torrenti, che scorrono tra il verde dei boschi, dove l'occhio riesce finalmente a ricomprendere tutto. Ognuno di noi, in fondo, cerca un cambio di orizzonte.
Quello che mi propongo qui è scrivere due brevi vademecum, due paragrafi sintetici ma, spero, completi, indirizzati a chi si trovi ad affrontare per la prima volta fiumi che non gli sono familiari. Poche righe per guidarlo nella scelta delle attrezzature, nella costruzione delle lenze, nella scelta del posto, nella condotta di pesca, così da rendere un po' meno pesante l'obolo del noviziato.
La passata nei grandi fiumi
Chi affronta per la prima volta un grande fiume deve necessariamente adeguare la propria attrezzatura, perché un corso d'acqua profondo e veloce richiede tutta una serie di attrezzi che non si usano quando si pesca in piccoli corsi d'acqua.
In primo luogo le canne: per pescare in fiumi con fondali superiori ai 3-4 metri e flussi d'acqua importanti, servono bolognesi di 7, a volte 8 metri, dotate di azioni medio potenti, in grado di gestire lenze nell'ordine di 10 e più grammi e di ferrare a segno anche su tanti metri di fondo. Canne con azioni più morbide trovano comunque utilizzo nei tratti con correnti moderate, dove non serve usare grammature sostenute. Ma dove la corrente richiede lenze superiori ai 5-6 grammi, è necessario dotarsi di canne ad azione "strong", se non "power": queste ultime sono assolutamente necessarie se puntiamo ai barbi, o dove comunque la corrente richieda lenze oltre i 10 grammi.
Pescare a passata con canne di questa lunghezza per una giornata intera, soprattutto se si affronta il fiume stando in piedi, senza il supporto di un panchetto, richiede una certa abitudine e una tecnica ben precisa. La canna infatti non va tenuta a braccio, ma va posizionata con il calcio appoggiato in vita: così avvertiremo meno il peso della canna, riusciremo a effettuare trattenuta e inviti sollevando solo la vetta e non tutto il fusto, e soprattutto saremo in grado di ferrare in modo fulmineo e con forza al minimo segno di abboccata. Tenere la canna di braccio si traduce, nella maggior parte dei casi, in ferrate deboli e allamate destinate a concludersi con la slamata del pesce. Ricordate quindi di appoggiare il calcio in vita!
Queste lunghe canne vanno corredate da mulinelli di taglia notevole, con bobine di largo diametro e caricati con monofili adeguati: uno 0,14 o uno 0,16 sono l'ideale per i nostri amati cavedani, rappresentando un compromesso ideale tra morbidezza e resistenza. Non bisogna avere timore di montare un nylon di diametro sensibilmente più elevato rispetto al terminale, perché più spesso di quanto si pensi la lenza vera e propria sarà realizzata su uno spezzone di nylon più spesso e rigido, a tutto vantaggio di una migliore presentazione e di un minor rischio di ingarbugliarsi.
Le lenze, appunto: è buona norma prepararle a casa e arrivare sul luogo di pesca con linee di diverse grammature, adatte alle diverse condizioni di corrente. Nessuno vieta di realizzarle sul fiume, ma preparare sul posto una lenza composta totalmente da pallini e del peso di svariati grammi è certamente una notevole perdita di tempo. Quindi, se non volete passare un quarto d'ora a pinzare pallini mentre gli altri pescano, un consiglio: preparate a casa alcune lenze di diverse grammature!
Le montature adatte a correnti importanti e grammature sostenute sono principalmente di due tipi: lenze scalate realizzate totalmente a pallini, e lenze costituite da una sfera o una torpille che rappresenta il 70-80% del peso totale, con una corta scalata di pallini a tarare il galleggiante. Queste due tipologie si adattano a stili di pesca diversi: la scalata di pallini si coniuga meglio con un'azione di pesca fatta di trattenute e rilasci, sfruttando la tendenza di questa geometria a lavorare con una curva sempre molto morbida. Al contrario, la lenza realizzata con un grosso piombo si presenta in acqua dritta, dal galleggiante al piombo stesso, ed è lasciato alla breve scalata il compito di presentare il finale e l'esca in modo naturale: possiamo usare questa geometria quando vogliamo una lenza da "lasciar scorrere", su cui intervenire con bravi richiami. Questa lenza si presta, più della scalata di pallini, ad appoggiare sul fondo il terminale ed eventualmente alcuni piombi, mentre la classica spallinata è più adatta a pescare con il fondo preciso e l'esca che sfiora il fondale.
Termino qui questo breve excursus sulle lenze — non è questo il luogo per affrontare l'argomento a fondo. Ciò che mi preme trasmettere è la necessità di realizzare in anticipo le lenze più articolate, così da presentarsi sul fiume con una serie di opzioni già pronte, risparmiando tempo nelle operazioni preliminari, che spesso ne richiedono molto.
Arrivati sul fiume, infatti, ci troveremo a dover svolgere una serie di incombenze, prima tra tutte la preparazione della pastura e del bigattino incollato. Consiglio vivamente di dotarsi di una pedana di metallo, per avere a portata di mano i secchi con la pastura, le esche e tutta la minuteria necessaria: una pedana stabile è un grande aiuto, sia che si peschi in acqua sia a piede asciutto. Una volta scaricato tutto, posizionata la pedana (o il panchetto), un eventuale poggiacanna, aperto il guadino, posizionata la nassa, bagnata la pastura e/o preparato l'incollato, aperta la canna e collegata la lenza, sarà passata quasi un'ora, e finalmente saremo quasi pronti per cominciare.
Colleghiamo alla lenza un finale del diametro che riteniamo adeguato, a cui legheremo l'amo più adatto. Dobbiamo tenere conto della forza della corrente: pescando in fiumi veloci, non potremo permetterci finali di diametri troppo esigui, o non saremo in grado di contrastare adeguatamente il pesce una volta allamato. Se in un piccolo fiume possiamo pescare comodamente con uno 0,08, in un grande fiume dovremo partire almeno da uno 0,09, meglio uno 0,10. Non bisogna cadere nell'equivoco di considerare "grezza" una lenza da 8 o 10 grammi che termina con un finale dello 0,11: al contrario, dobbiamo capire che stiamo affrontando gli stessi identici pesci dei "nostri" fiumi, ma se vogliamo farli mangiare e poi portarli a guadino dobbiamo imparare a presentare bene, e con naturalezza, lenze da molti grammi con finali che ci diano qualche possibilità di portare a riva un grosso cavedano, o un grosso pigo incazzato. Dovremo quindi giocare sempre al limite delle dimensioni di finale e amo, che deve essere piccolo e leggero ma più robusto di quello che usiamo pescando con un 4x12 a mezz'acqua.
Prima di iniziare a pescare dovremo sondare il fondo, cosa che presenta problematiche sconosciute ai pescatori dei corsi d'acqua minori, dove spesso basta una sonda da 10 grammi per avere l'esatta distanza tra amo e galleggiante. In un fiume con fondali e corrente elevati, sondare è spesso piuttosto complicato, se non si hanno sonde adeguate e non si sa esattamente come procedere. Ci troveremo spesso a sondare molti metri fuori dalla punta della canna, e se non abbiamo sonde molto pesanti, nell'ordine di 60 e più grammi, rischiamo che la lenza non affondi con la necessaria velocità, dandoci una lettura errata, con la lenza troppo inclinata. Dovremo invece cercare una lettura del fondo con la lenza il più verticale possibile. Ottenuta questa misura, daremo una ventina di centimetri di fondo in più allontanando il galleggiante dall'amo, e procederemo con alcune passate per capire se la lenza scorre lungo la nostra linea di pesca o se si ferma sul fondo, trattenuta da eventuali ostacoli o asperità: in quel caso abbasseremo il galleggiante gradualmente, pochi centimetri per volta, provando poi una nuova passata, finché non riusciremo a far transitare la nostra esca sul fondo senza rimanervi agganciata, così da mescolarsi con le esche rilasciate dalla pastura e trasportate dalla corrente.
Un altro eccellente sistema è raggruppare tutta la piombatura sull'asola ed effettuare passate finché non ci accorgiamo che il piombo tocca il fondo: così riusciremo anche a crearci una "mappa mentale" del fondale, grazie alla lenza che, scorrendo, evidenzierà tutte le asperità e gli avvallamenti, prontamente segnalati dal galleggiante. C'è anche chi semplicemente dà fondo finché la lenza non si impiglia sul fondale: metodo semplice e infallibile, che però non fa capire quanta porzione di lenza si stia effettivamente appoggiando sul fondo.
Una volta sondato, e fatte alcune passate di prova per verificare che non ci siano ostacoli, siamo quasi pronti a dare inizio alle danze. Prima di pescare, però, dobbiamo ancora compiere l'operazione più importante: pasturare!
La pasturazione, nella pesca a passata, è fondamentale tanto nei piccoli quanto nei grandi corsi d'acqua, ma in questi ultimi, se possibile, lo è ancora di più: mentre in un piccolo fiume possiamo agevolmente spostarci fino a trovare i pesci, qui dovremo essere noi, con la pasturazione, a richiamarli davanti alla nostra lenza e a trattenerli in loco. Dando per scontato di essersi posizionati in uno spot valido, il successo della battuta di pesca passa necessariamente per una pasturazione corretta, nei modi e nei tempi, oltre che per un'azione di pesca precisa.
Per pasturazione corretta intendo che va effettuata nelle quantità, nel punto e nei tempi giusti: sia che si peschi con l'incollato, sia, a maggior ragione, con la pastura, è vitale capire dove lanciare le nostre bocce, senza cedere alla tentazione di lanciarle troppo a monte. La pastura deve arrivare sul fondo e richiamare il pesce in un punto appena a valle della nostra postazione, idealmente 2-3 metri sotto di noi, dove la lenza sia già correttamente in pesca e dove possiamo reagire prontamente, ferrando al minimo segno di affondata del galleggiante. A questo proposito, visto che spesso si usano galleggianti di buona portata con antenne non esilissime, dobbiamo capire che un'abboccata può segnalarsi anche solo con un lieve scarto del segnalatore, e dovremo ferrare anche se l'antenna accenna solo ad affondare, senza attendere che sprofondi decisamente.
È inoltre importantissimo pasturare con precisione, e non smettere mai di lanciare il richiamo a intervalli regolari, 10-15 minuti massimo, pena l'allontanamento dei pesci dallo spot. Guardate l'orologio, prendete un riferimento, e ricordatevi che là sotto, dopo poco, non ci sarà più nulla, perché il cibo elargito sarà portato via dalla corrente. Se vogliamo avere possibilità di cattura dobbiamo lavorare costantemente, tenendo alimentato lo spot: solo così potremo sperare di "mettere i pesci in fila" e divertirci con catture non casuali.
Se faremo tutto nella maniera corretta, il fiume saprà compensarci, e presto vedremo l'antenna del galleggiante rallentare, sussultare e magari affondare di colpo. Rispondiamo con una ferrata pronta ed energica, tanto più veloce e potente quanto più lontana è la nostra lenza e quanto più fondo è il fiume, pena non riuscire ad allamare correttamente il pesce. Una volta agganciato, inizieremo la consueta manovra per stancarlo e portarlo a guadino, tenendo bene a mente di tenere sempre la canna piegata verso monte, per evitare che il pesce scenda troppo a valle, e cercando allo stesso tempo di impedirgli di prendere la corrente principale, dove il suo peso, spinto dalla massa d'acqua del fiume, ci obbligherebbe a concedere troppo filo, preludio di un'inevitabile slamata. Quindi: canna a monte e, se serve, parallela a riva.
Se faremo tutto nel modo giusto, avvertiremo quella profonda soddisfazione che si prova rendendosi conto di riuscire a prendere pesci anche in ambienti così grandi e dispersivi: di riuscire, cioè, a dominare il grande fiume. Attenzione però: quelle grandi masse d'acqua che scorrono maestose verso valle generano assuefazione! Vedere il galleggiante correre veloce verso valle, rispondere d'istinto all'affondata secca e repentina dell'antenna con una ferrata velocissima, e ritrovarsi con la canna piegata ad arco mentre laggiù, sul fondo, a tanti metri da noi, un grosso pesce schizza veloce verso la corrente al centro del fiume mentre la frizione stride isterica: tutto questo dà una scarica di adrenalina che raramente si prova in altre situazioni. Io paragono la pesca nei grandi fiumi al gioco d'azzardo: ogni passata è come un colpo alla leva della slot machine, o come lanciare la pallina della roulette. E sebbene non sia mai stato un patito del gioco, quello della pesca è un vizio che non riuscirò mai a togliermi.
Questo per chi sia abituato a pescare in piccoli e medi corsi d'acqua, tutto barbarina e lenzine da zerovirgolanulla, e si trovi, per scelta o necessità, a confrontarsi con i fiumi di dimensioni maggiori. Ma esiste anche il caso opposto: quello del pescatore per cui la 8 metri e le lenze da 10 grammi sono il pane quotidiano, che voglia pescare in un fiume del centro Italia dove si vedono i pesci girare a pochi metri, nell'acqua lenta e cristallina. A questo pescatore è dedicato il prossimo capitolo.
La passata nei piccoli fiumi, ovvero la "peschina"
Come nel caso precedente, anche qui servono canne bolognesi di misura adeguata agli ambienti che vogliamo affrontare, ed essendo questi ambienti generalmente ristretti e spesso infrascati, dovremo dotarci di canne corte: nello specifico, le misure adatte sono la 5 e la 6 metri. Mai cadere nell'errore di pensare di poter pescare ugualmente con una 7 metri al posto della 6, o ancora peggio della 5. Servono canne corte, leggere e rapide, perché maneggevolezza e velocità sono le caratteristiche fondamentali in una pesca dove useremo spesso lenze estremamente leggere e finali molto esili. Dovremo inoltre tenere la canna essenzialmente "di braccio" e ferrare quasi di polso, quindi servono canne molto bilanciate e maneggevoli.
In questi ambienti trovano una discreta diffusione anche le canne fisse equipaggiate di elastico ammortizzatore, e le canne fisse montate a barbarina con microanelli, dotate di un piccolo recuperino al posto del mulinello. Ma la regina resta sempre una corta e leggera bolognese, accoppiata a un mulinello di taglia contenuta, 2000/2500, caricato con un buon nylon dello 0,12. Sconsiglio di imbobinare fili più sottili, troppo soggetti a intaccarsi e rompersi per un nonnulla: meglio caricare sul mulinello un buon 0,12 e realizzare, al bisogno, solo la lenza su uno spezzone di diametro minore.
Le lenze, appunto: questi ambienti richiedono generalmente lenze di peso contenuto, agevolmente e velocemente realizzabili sul posto. Tuttavia la variabilità e la ristrettezza degli ambienti, che spesso obbligano a spostarsi più volte nella stessa giornata, suggerirebbero di partire con alcune lenze già pronte. Ma qui sta al pescatore scegliere se dotarsi di lenze già fatte o meno: nella maggior parte dei casi si usano lenze che non superano il mezzo grammo, realizzabili facilmente in pochi istanti — a meno che la vista non vi stia abbandonando e non riusciate a vedere un pallino del 13, nel qual caso è meglio arrivare preparati!
Se l'acqua è particolarmente chiara, è opportuno realizzare la lenza attiva su uno spezzone di nylon dello 0,10, per pescare con finali fino allo 0,07, oppure dello 0,09 quando lo 0,07 sia il finale massimo utilizzabile. Se non siete abituati a questi finali, e nominare uno 0,07 vi fa sorridere, considerate che la pesca nei piccoli fiumi, spesso molto limpidi e lenti, dove i pesci sono sottoposti a una notevole pressione di pesca, è una pesca fatta di piccoli particolari, la cui somma porta ai risultati migliori. Mai pensare che un amo sia troppo piccolo, un filo troppo sottile o una lenza troppo leggera. Questi piccoli fiumi dimostrano sempre, e in maniera inequivocabile, che chi va a pesca in cerca di conferme alle proprie teorie prende molto meno di chi ascolta ciò che i pesci e il fiume gli dicono.
Parlare di schemi di piombatura per queste acque è quanto mai difficile, perché gli ambienti sono così diversi, anche in pochi metri di fiume, da richiedere lenze diametralmente opposte: ci si può trovare davanti a una lenta spianata da pescare con una classica spallinata a chiudere verso l'alto, per presentare la lenza in maniera estremamente naturale, oppure scegliere una scalata invertita se si vuole stare con la lenza più verticale. Possiamo chiudere la lenza in 30 cm e pescare col fondo esatto, oppure aprire i pallini lungo tutta la distanza asola-galleggiante e dare fondo in eccesso. Possiamo raccogliere i pallini in un bulk per esplorare un veloce rigiro, oppure in una corta catenella per pescare "a dragare" all'incontrario, o ancora dividerli in più bulk intervallati per pescare in una veloce correntina. Sta alla sensibilità e al senso dell'acqua del pescatore capire cosa fare, dove si trovino i pesci, come si stiano alimentando, e trovare la lenza in grado di presentare loro, nel modo migliore, la nostra esca. Questo significa che spesso dovremo anche variare il fondo, inseguendo i pesci che, non ostacolati dalla corrente, si portano volentieri a galla o a mezz'acqua.
In questo, però, siamo spesso aiutati dalla ristrettezza degli ambienti e dalla limpidezza dell'acqua, che ci permettono di vedere i pesci, dove sono e come reagiscono alla pasturazione, suggerendoci come pescare.
La pasturazione, pescando a bigattino, viene fatta principalmente a fionda, e solo in presenza di fondali più marcati o correnti sensibili si ricorre all'incollato. Nella stragrande maggioranza dei casi, i bigattini vengono lanciati con la fionda, quando non addirittura con le mani. A questo scopo, spesso si tengono i bigattini non nella classica sacca di cotone ma in un secchiello di plastica agganciato alla cintura, o in una piccola bacinella legata in vita con una corta sagola: questo permette, anche stando in acqua con i waders, di essere sempre molto veloci nel pasturare, evitando sprechi di esche e di tempo.
La pasturazione, di per sé, è estremamente semplice, trattandosi solo di fiondare in acqua i bigattini, ma questa semplicità è solo apparente, perché dovremo saper leggere la corrente per capire in che punto lanciare le esche, e quanto a monte, per portare i pesci dove passerà la nostra lenza. È inoltre importantissimo capire quanti bigattini lanciare a ogni fiondata, ricordandoci costantemente che in questi piccoli ambienti è molto facile saziare il pesce. Dovremo essere sempre molto parsimoniosi, lanciando pochissimi bigattini ma con buona frequenza, per mantenere i pesci in uno stato di competizione alimentare: questa è la situazione ideale. Gettare coppette piene a più non posso, pensando di dover richiamare i pesci da chissà dove o risvegliarli da chissà quale letargo, è un errore tanto grave quanto comune. Pochi e spesso: questa è la regola fondamentale.
L'azione di pesca, in sé, può variare molto rispetto alla classica passata in prossimità del fondo che si effettua nei fiumi di grande portata: nei piccoli corsi possiamo e dobbiamo seguire il pesce che si sposta lungo tutta la colonna d'acqua. Dobbiamo capire quando è più disposto a cibarsi delle esche che rotolano sul fondale, e quando si solleva a mezz'acqua o a galla: possiamo provare a far scorrere l'esca nella maniera più naturale possibile, correggendola appena al bisogno, oppure muoverla senza sosta, riproducendo continuamente la sua calata verso il fondo. Tutto è lasciato al senso dell'acqua e allo spirito di osservazione del pescatore.
Ma anche in questo tipo di pesca, al di là di tutte le differenze, ciò che dobbiamo fare per ottenere catture è sempre lo stesso: attirare i pesci con la pastura, e poi mischiare, nella maniera più naturale possibile, la nostra esca con quelle gettate in precedenza. Se riusciremo in questo intento, le abboccate non mancheranno, e spesso, vista la leggerezza delle lenze e la loro scarsa lunghezza, le segnalazioni del nostro piccolo galleggiante saranno affondate nettissime — alle quali, purtroppo, non sempre si riesce a rispondere a segno. Fare una "padella", cioè sbagliare una mangiata, in questo tipo di pesca è quanto mai facile e frequente: i motivi sono molteplici, e non sempre si trova un rimedio al numero delle ferrate a vuoto.
Ma quando la ferrata va a segno, la sottile cannina che teniamo in mano flette decisa, e ci pare quasi di tenere il nylon tra le dita. Nei corsi minori, il recupero del pesce è spesso reso difficile da alcuni fattori: in primo luogo la ristrettezza dell'ambiente e la vicinanza di eventuali ostacoli sommersi, oltre alle dimensioni ridotte di terminali e ami. Spesso dovremo, anche con la bolognese, recuperare il pesce come se tenessimo in mano una canna fissa, cedendo poco filo, usando braccio e corpo per brandeggiare la canna e ammortizzare le fughe del pesce allamato, cercando di non fargli raggiungere la sponda opposta o eventuali ostacoli.
Le ridotte dimensioni degli ambienti fanno sì che anche la popolazione dei vari spot sia ridotta, e quasi sempre, dopo un avvio promettente, le abboccate cessano. In questi casi è inutile insistere per ore, cambiando lenze e approcci: molto meglio spostarsi e provare un nuovo posto, a meno che non si stia pescando in uno spot che sappiamo per certo possa rendere di più. Ma sono casi limitati: di norma è più proficuo praticare una pesca itinerante, provando diversi spot e spostandosi quando si vedono cessare le abboccate.
A questo scopo è utile ridurre l'attrezzatura al minimo, per potersi muovere agevolmente. Personalmente non riesco mai a muovermi senza un fodero con almeno 4 canne (più spesso 6) e una borsa a tracolla con il necessario per la giornata, oltre a esche, guadino e così via, con il risultato che mi ritrovo ad arrancare come un cinghiale in mezzo alle ramaglie. Ma ho imparato che è meglio perdere mezz'ora per raggiungere uno spot non disturbato, piuttosto che passare due ore a chiedersi se si sia sbagliato qualcosa, mentre i pesci si sono semplicemente allarmati.
Questa necessità di spostarsi è, a ben vedere, una fortuna: ci obbliga a distogliere per qualche minuto l'attenzione dal fiume, e a godere di ciò che ci sta intorno, della natura che ci circonda e dei meravigliosi scenari del nostro paese.
Poi, oltre la curva del fiume, appare una grande piana d'acqua verde. La corrente lambisce la sponda opposta, dove un cespuglio si protende sull'acqua. Istintivamente immaginiamo la vita che si svolge sotto il pelo dell'acqua: i pesci che nuotano a poche decine di centimetri dal fondo, pronti a ghermire ciò che la corrente porta. Lanciamo in acqua una piccola manciata di esche, la vediamo affondare, e lanciamo la nostra leggera lenza, che si stende silenziosa sull'acqua, con il piccolo galleggiante che si pone subito in posizione, leggermente inclinato all'indietro. Lo seguiamo scendere verso valle, finché pare fermarsi, e poi, velocissimo, affonda di colpo. La canna scatta all'indietro senza che quasi ce ne rendiamo conto, e la lenza resta, per un breve attimo, piantata sul fondo, finché il grosso pesce non scuote la testa per liberarsi dall'amo. Poi parte deciso, facendo curvare la canna e gracchiare la frizione, mentre noi, invasi dalla paura che il pesce riesca a strappare il terminale, sentiamo quella sensazione di appagamento che il fiume e i pesci sanno donarci.
Questa è la pesca, ragazzi, e io non posso farne a meno. Credo sia lo stesso per tutti voi.
La diversità delle situazioni imposte dai diversi ambienti è tale da aver, nel corso degli anni, portato a modi peculiari di interpretare la stessa tecnica, fino a farle divergere al punto da sembrare quasi due discipline diverse, accomunate solo dal nome. Abbiamo quindi una scuola "dei grandi fiumi", contrapposta a una scuola "dei piccoli fiumi". E che queste due correnti siano profondamente diverse è fuori di dubbio: basti vedere come, sui vari social, passatisti di provenienze diverse rispondano a uno stesso quesito in maniera totalmente diversa, rivelando una filosofia di fondo opposta, così come opposti sono gli ambienti e i problemi tecnici che si sono trovati ad affrontare.
Lungi da me voler dare qui un giudizio sulle due diverse tipologie di pesca a passata: non voglio addentrarmi in un confronto per stabilire quale sia la più facile e quale la più difficile, sarebbe sciocco, perché ognuna delle due presenta difficoltà diverse. Ma ognuno di noi è naturalmente portato a desiderare ciò che non ha, ciò che rappresenta un'eccezione alla propria routine. Così come un pescatore abituato a fiumi che in estate quasi scompaiono rimane affascinato dall'imponenza dei grandi fiumi, da quelle enormi masse d'acqua in movimento, allo stesso modo il pescatore abituato ai corsi d'acqua maggiori viene attirato dai paesaggi opposti, da piccoli fiumi, quasi torrenti, che scorrono tra il verde dei boschi, dove l'occhio riesce finalmente a ricomprendere tutto. Ognuno di noi, in fondo, cerca un cambio di orizzonte.
Quello che mi propongo qui è scrivere due brevi vademecum, due paragrafi sintetici ma, spero, completi, indirizzati a chi si trovi ad affrontare per la prima volta fiumi che non gli sono familiari. Poche righe per guidarlo nella scelta delle attrezzature, nella costruzione delle lenze, nella scelta del posto, nella condotta di pesca, così da rendere un po' meno pesante l'obolo del noviziato.
La passata nei grandi fiumi
Chi affronta per la prima volta un grande fiume deve necessariamente adeguare la propria attrezzatura, perché un corso d'acqua profondo e veloce richiede tutta una serie di attrezzi che non si usano quando si pesca in piccoli corsi d'acqua.
In primo luogo le canne: per pescare in fiumi con fondali superiori ai 3-4 metri e flussi d'acqua importanti, servono bolognesi di 7, a volte 8 metri, dotate di azioni medio potenti, in grado di gestire lenze nell'ordine di 10 e più grammi e di ferrare a segno anche su tanti metri di fondo. Canne con azioni più morbide trovano comunque utilizzo nei tratti con correnti moderate, dove non serve usare grammature sostenute. Ma dove la corrente richiede lenze superiori ai 5-6 grammi, è necessario dotarsi di canne ad azione "strong", se non "power": queste ultime sono assolutamente necessarie se puntiamo ai barbi, o dove comunque la corrente richieda lenze oltre i 10 grammi.
Pescare a passata con canne di questa lunghezza per una giornata intera, soprattutto se si affronta il fiume stando in piedi, senza il supporto di un panchetto, richiede una certa abitudine e una tecnica ben precisa. La canna infatti non va tenuta a braccio, ma va posizionata con il calcio appoggiato in vita: così avvertiremo meno il peso della canna, riusciremo a effettuare trattenuta e inviti sollevando solo la vetta e non tutto il fusto, e soprattutto saremo in grado di ferrare in modo fulmineo e con forza al minimo segno di abboccata. Tenere la canna di braccio si traduce, nella maggior parte dei casi, in ferrate deboli e allamate destinate a concludersi con la slamata del pesce. Ricordate quindi di appoggiare il calcio in vita!
Queste lunghe canne vanno corredate da mulinelli di taglia notevole, con bobine di largo diametro e caricati con monofili adeguati: uno 0,14 o uno 0,16 sono l'ideale per i nostri amati cavedani, rappresentando un compromesso ideale tra morbidezza e resistenza. Non bisogna avere timore di montare un nylon di diametro sensibilmente più elevato rispetto al terminale, perché più spesso di quanto si pensi la lenza vera e propria sarà realizzata su uno spezzone di nylon più spesso e rigido, a tutto vantaggio di una migliore presentazione e di un minor rischio di ingarbugliarsi.
Le lenze, appunto: è buona norma prepararle a casa e arrivare sul luogo di pesca con linee di diverse grammature, adatte alle diverse condizioni di corrente. Nessuno vieta di realizzarle sul fiume, ma preparare sul posto una lenza composta totalmente da pallini e del peso di svariati grammi è certamente una notevole perdita di tempo. Quindi, se non volete passare un quarto d'ora a pinzare pallini mentre gli altri pescano, un consiglio: preparate a casa alcune lenze di diverse grammature!
Le montature adatte a correnti importanti e grammature sostenute sono principalmente di due tipi: lenze scalate realizzate totalmente a pallini, e lenze costituite da una sfera o una torpille che rappresenta il 70-80% del peso totale, con una corta scalata di pallini a tarare il galleggiante. Queste due tipologie si adattano a stili di pesca diversi: la scalata di pallini si coniuga meglio con un'azione di pesca fatta di trattenute e rilasci, sfruttando la tendenza di questa geometria a lavorare con una curva sempre molto morbida. Al contrario, la lenza realizzata con un grosso piombo si presenta in acqua dritta, dal galleggiante al piombo stesso, ed è lasciato alla breve scalata il compito di presentare il finale e l'esca in modo naturale: possiamo usare questa geometria quando vogliamo una lenza da "lasciar scorrere", su cui intervenire con bravi richiami. Questa lenza si presta, più della scalata di pallini, ad appoggiare sul fondo il terminale ed eventualmente alcuni piombi, mentre la classica spallinata è più adatta a pescare con il fondo preciso e l'esca che sfiora il fondale.
Termino qui questo breve excursus sulle lenze — non è questo il luogo per affrontare l'argomento a fondo. Ciò che mi preme trasmettere è la necessità di realizzare in anticipo le lenze più articolate, così da presentarsi sul fiume con una serie di opzioni già pronte, risparmiando tempo nelle operazioni preliminari, che spesso ne richiedono molto.
Arrivati sul fiume, infatti, ci troveremo a dover svolgere una serie di incombenze, prima tra tutte la preparazione della pastura e del bigattino incollato. Consiglio vivamente di dotarsi di una pedana di metallo, per avere a portata di mano i secchi con la pastura, le esche e tutta la minuteria necessaria: una pedana stabile è un grande aiuto, sia che si peschi in acqua sia a piede asciutto. Una volta scaricato tutto, posizionata la pedana (o il panchetto), un eventuale poggiacanna, aperto il guadino, posizionata la nassa, bagnata la pastura e/o preparato l'incollato, aperta la canna e collegata la lenza, sarà passata quasi un'ora, e finalmente saremo quasi pronti per cominciare.
Colleghiamo alla lenza un finale del diametro che riteniamo adeguato, a cui legheremo l'amo più adatto. Dobbiamo tenere conto della forza della corrente: pescando in fiumi veloci, non potremo permetterci finali di diametri troppo esigui, o non saremo in grado di contrastare adeguatamente il pesce una volta allamato. Se in un piccolo fiume possiamo pescare comodamente con uno 0,08, in un grande fiume dovremo partire almeno da uno 0,09, meglio uno 0,10. Non bisogna cadere nell'equivoco di considerare "grezza" una lenza da 8 o 10 grammi che termina con un finale dello 0,11: al contrario, dobbiamo capire che stiamo affrontando gli stessi identici pesci dei "nostri" fiumi, ma se vogliamo farli mangiare e poi portarli a guadino dobbiamo imparare a presentare bene, e con naturalezza, lenze da molti grammi con finali che ci diano qualche possibilità di portare a riva un grosso cavedano, o un grosso pigo incazzato. Dovremo quindi giocare sempre al limite delle dimensioni di finale e amo, che deve essere piccolo e leggero ma più robusto di quello che usiamo pescando con un 4x12 a mezz'acqua.
Prima di iniziare a pescare dovremo sondare il fondo, cosa che presenta problematiche sconosciute ai pescatori dei corsi d'acqua minori, dove spesso basta una sonda da 10 grammi per avere l'esatta distanza tra amo e galleggiante. In un fiume con fondali e corrente elevati, sondare è spesso piuttosto complicato, se non si hanno sonde adeguate e non si sa esattamente come procedere. Ci troveremo spesso a sondare molti metri fuori dalla punta della canna, e se non abbiamo sonde molto pesanti, nell'ordine di 60 e più grammi, rischiamo che la lenza non affondi con la necessaria velocità, dandoci una lettura errata, con la lenza troppo inclinata. Dovremo invece cercare una lettura del fondo con la lenza il più verticale possibile. Ottenuta questa misura, daremo una ventina di centimetri di fondo in più allontanando il galleggiante dall'amo, e procederemo con alcune passate per capire se la lenza scorre lungo la nostra linea di pesca o se si ferma sul fondo, trattenuta da eventuali ostacoli o asperità: in quel caso abbasseremo il galleggiante gradualmente, pochi centimetri per volta, provando poi una nuova passata, finché non riusciremo a far transitare la nostra esca sul fondo senza rimanervi agganciata, così da mescolarsi con le esche rilasciate dalla pastura e trasportate dalla corrente.
Un altro eccellente sistema è raggruppare tutta la piombatura sull'asola ed effettuare passate finché non ci accorgiamo che il piombo tocca il fondo: così riusciremo anche a crearci una "mappa mentale" del fondale, grazie alla lenza che, scorrendo, evidenzierà tutte le asperità e gli avvallamenti, prontamente segnalati dal galleggiante. C'è anche chi semplicemente dà fondo finché la lenza non si impiglia sul fondale: metodo semplice e infallibile, che però non fa capire quanta porzione di lenza si stia effettivamente appoggiando sul fondo.
Una volta sondato, e fatte alcune passate di prova per verificare che non ci siano ostacoli, siamo quasi pronti a dare inizio alle danze. Prima di pescare, però, dobbiamo ancora compiere l'operazione più importante: pasturare!
La pasturazione, nella pesca a passata, è fondamentale tanto nei piccoli quanto nei grandi corsi d'acqua, ma in questi ultimi, se possibile, lo è ancora di più: mentre in un piccolo fiume possiamo agevolmente spostarci fino a trovare i pesci, qui dovremo essere noi, con la pasturazione, a richiamarli davanti alla nostra lenza e a trattenerli in loco. Dando per scontato di essersi posizionati in uno spot valido, il successo della battuta di pesca passa necessariamente per una pasturazione corretta, nei modi e nei tempi, oltre che per un'azione di pesca precisa.
Per pasturazione corretta intendo che va effettuata nelle quantità, nel punto e nei tempi giusti: sia che si peschi con l'incollato, sia, a maggior ragione, con la pastura, è vitale capire dove lanciare le nostre bocce, senza cedere alla tentazione di lanciarle troppo a monte. La pastura deve arrivare sul fondo e richiamare il pesce in un punto appena a valle della nostra postazione, idealmente 2-3 metri sotto di noi, dove la lenza sia già correttamente in pesca e dove possiamo reagire prontamente, ferrando al minimo segno di affondata del galleggiante. A questo proposito, visto che spesso si usano galleggianti di buona portata con antenne non esilissime, dobbiamo capire che un'abboccata può segnalarsi anche solo con un lieve scarto del segnalatore, e dovremo ferrare anche se l'antenna accenna solo ad affondare, senza attendere che sprofondi decisamente.
È inoltre importantissimo pasturare con precisione, e non smettere mai di lanciare il richiamo a intervalli regolari, 10-15 minuti massimo, pena l'allontanamento dei pesci dallo spot. Guardate l'orologio, prendete un riferimento, e ricordatevi che là sotto, dopo poco, non ci sarà più nulla, perché il cibo elargito sarà portato via dalla corrente. Se vogliamo avere possibilità di cattura dobbiamo lavorare costantemente, tenendo alimentato lo spot: solo così potremo sperare di "mettere i pesci in fila" e divertirci con catture non casuali.
Se faremo tutto nella maniera corretta, il fiume saprà compensarci, e presto vedremo l'antenna del galleggiante rallentare, sussultare e magari affondare di colpo. Rispondiamo con una ferrata pronta ed energica, tanto più veloce e potente quanto più lontana è la nostra lenza e quanto più fondo è il fiume, pena non riuscire ad allamare correttamente il pesce. Una volta agganciato, inizieremo la consueta manovra per stancarlo e portarlo a guadino, tenendo bene a mente di tenere sempre la canna piegata verso monte, per evitare che il pesce scenda troppo a valle, e cercando allo stesso tempo di impedirgli di prendere la corrente principale, dove il suo peso, spinto dalla massa d'acqua del fiume, ci obbligherebbe a concedere troppo filo, preludio di un'inevitabile slamata. Quindi: canna a monte e, se serve, parallela a riva.
Se faremo tutto nel modo giusto, avvertiremo quella profonda soddisfazione che si prova rendendosi conto di riuscire a prendere pesci anche in ambienti così grandi e dispersivi: di riuscire, cioè, a dominare il grande fiume. Attenzione però: quelle grandi masse d'acqua che scorrono maestose verso valle generano assuefazione! Vedere il galleggiante correre veloce verso valle, rispondere d'istinto all'affondata secca e repentina dell'antenna con una ferrata velocissima, e ritrovarsi con la canna piegata ad arco mentre laggiù, sul fondo, a tanti metri da noi, un grosso pesce schizza veloce verso la corrente al centro del fiume mentre la frizione stride isterica: tutto questo dà una scarica di adrenalina che raramente si prova in altre situazioni. Io paragono la pesca nei grandi fiumi al gioco d'azzardo: ogni passata è come un colpo alla leva della slot machine, o come lanciare la pallina della roulette. E sebbene non sia mai stato un patito del gioco, quello della pesca è un vizio che non riuscirò mai a togliermi.
Questo per chi sia abituato a pescare in piccoli e medi corsi d'acqua, tutto barbarina e lenzine da zerovirgolanulla, e si trovi, per scelta o necessità, a confrontarsi con i fiumi di dimensioni maggiori. Ma esiste anche il caso opposto: quello del pescatore per cui la 8 metri e le lenze da 10 grammi sono il pane quotidiano, che voglia pescare in un fiume del centro Italia dove si vedono i pesci girare a pochi metri, nell'acqua lenta e cristallina. A questo pescatore è dedicato il prossimo capitolo.
La passata nei piccoli fiumi, ovvero la "peschina"
Come nel caso precedente, anche qui servono canne bolognesi di misura adeguata agli ambienti che vogliamo affrontare, ed essendo questi ambienti generalmente ristretti e spesso infrascati, dovremo dotarci di canne corte: nello specifico, le misure adatte sono la 5 e la 6 metri. Mai cadere nell'errore di pensare di poter pescare ugualmente con una 7 metri al posto della 6, o ancora peggio della 5. Servono canne corte, leggere e rapide, perché maneggevolezza e velocità sono le caratteristiche fondamentali in una pesca dove useremo spesso lenze estremamente leggere e finali molto esili. Dovremo inoltre tenere la canna essenzialmente "di braccio" e ferrare quasi di polso, quindi servono canne molto bilanciate e maneggevoli.
In questi ambienti trovano una discreta diffusione anche le canne fisse equipaggiate di elastico ammortizzatore, e le canne fisse montate a barbarina con microanelli, dotate di un piccolo recuperino al posto del mulinello. Ma la regina resta sempre una corta e leggera bolognese, accoppiata a un mulinello di taglia contenuta, 2000/2500, caricato con un buon nylon dello 0,12. Sconsiglio di imbobinare fili più sottili, troppo soggetti a intaccarsi e rompersi per un nonnulla: meglio caricare sul mulinello un buon 0,12 e realizzare, al bisogno, solo la lenza su uno spezzone di diametro minore.
Le lenze, appunto: questi ambienti richiedono generalmente lenze di peso contenuto, agevolmente e velocemente realizzabili sul posto. Tuttavia la variabilità e la ristrettezza degli ambienti, che spesso obbligano a spostarsi più volte nella stessa giornata, suggerirebbero di partire con alcune lenze già pronte. Ma qui sta al pescatore scegliere se dotarsi di lenze già fatte o meno: nella maggior parte dei casi si usano lenze che non superano il mezzo grammo, realizzabili facilmente in pochi istanti — a meno che la vista non vi stia abbandonando e non riusciate a vedere un pallino del 13, nel qual caso è meglio arrivare preparati!
Se l'acqua è particolarmente chiara, è opportuno realizzare la lenza attiva su uno spezzone di nylon dello 0,10, per pescare con finali fino allo 0,07, oppure dello 0,09 quando lo 0,07 sia il finale massimo utilizzabile. Se non siete abituati a questi finali, e nominare uno 0,07 vi fa sorridere, considerate che la pesca nei piccoli fiumi, spesso molto limpidi e lenti, dove i pesci sono sottoposti a una notevole pressione di pesca, è una pesca fatta di piccoli particolari, la cui somma porta ai risultati migliori. Mai pensare che un amo sia troppo piccolo, un filo troppo sottile o una lenza troppo leggera. Questi piccoli fiumi dimostrano sempre, e in maniera inequivocabile, che chi va a pesca in cerca di conferme alle proprie teorie prende molto meno di chi ascolta ciò che i pesci e il fiume gli dicono.
Parlare di schemi di piombatura per queste acque è quanto mai difficile, perché gli ambienti sono così diversi, anche in pochi metri di fiume, da richiedere lenze diametralmente opposte: ci si può trovare davanti a una lenta spianata da pescare con una classica spallinata a chiudere verso l'alto, per presentare la lenza in maniera estremamente naturale, oppure scegliere una scalata invertita se si vuole stare con la lenza più verticale. Possiamo chiudere la lenza in 30 cm e pescare col fondo esatto, oppure aprire i pallini lungo tutta la distanza asola-galleggiante e dare fondo in eccesso. Possiamo raccogliere i pallini in un bulk per esplorare un veloce rigiro, oppure in una corta catenella per pescare "a dragare" all'incontrario, o ancora dividerli in più bulk intervallati per pescare in una veloce correntina. Sta alla sensibilità e al senso dell'acqua del pescatore capire cosa fare, dove si trovino i pesci, come si stiano alimentando, e trovare la lenza in grado di presentare loro, nel modo migliore, la nostra esca. Questo significa che spesso dovremo anche variare il fondo, inseguendo i pesci che, non ostacolati dalla corrente, si portano volentieri a galla o a mezz'acqua.
In questo, però, siamo spesso aiutati dalla ristrettezza degli ambienti e dalla limpidezza dell'acqua, che ci permettono di vedere i pesci, dove sono e come reagiscono alla pasturazione, suggerendoci come pescare.
La pasturazione, pescando a bigattino, viene fatta principalmente a fionda, e solo in presenza di fondali più marcati o correnti sensibili si ricorre all'incollato. Nella stragrande maggioranza dei casi, i bigattini vengono lanciati con la fionda, quando non addirittura con le mani. A questo scopo, spesso si tengono i bigattini non nella classica sacca di cotone ma in un secchiello di plastica agganciato alla cintura, o in una piccola bacinella legata in vita con una corta sagola: questo permette, anche stando in acqua con i waders, di essere sempre molto veloci nel pasturare, evitando sprechi di esche e di tempo.
La pasturazione, di per sé, è estremamente semplice, trattandosi solo di fiondare in acqua i bigattini, ma questa semplicità è solo apparente, perché dovremo saper leggere la corrente per capire in che punto lanciare le esche, e quanto a monte, per portare i pesci dove passerà la nostra lenza. È inoltre importantissimo capire quanti bigattini lanciare a ogni fiondata, ricordandoci costantemente che in questi piccoli ambienti è molto facile saziare il pesce. Dovremo essere sempre molto parsimoniosi, lanciando pochissimi bigattini ma con buona frequenza, per mantenere i pesci in uno stato di competizione alimentare: questa è la situazione ideale. Gettare coppette piene a più non posso, pensando di dover richiamare i pesci da chissà dove o risvegliarli da chissà quale letargo, è un errore tanto grave quanto comune. Pochi e spesso: questa è la regola fondamentale.
L'azione di pesca, in sé, può variare molto rispetto alla classica passata in prossimità del fondo che si effettua nei fiumi di grande portata: nei piccoli corsi possiamo e dobbiamo seguire il pesce che si sposta lungo tutta la colonna d'acqua. Dobbiamo capire quando è più disposto a cibarsi delle esche che rotolano sul fondale, e quando si solleva a mezz'acqua o a galla: possiamo provare a far scorrere l'esca nella maniera più naturale possibile, correggendola appena al bisogno, oppure muoverla senza sosta, riproducendo continuamente la sua calata verso il fondo. Tutto è lasciato al senso dell'acqua e allo spirito di osservazione del pescatore.
Ma anche in questo tipo di pesca, al di là di tutte le differenze, ciò che dobbiamo fare per ottenere catture è sempre lo stesso: attirare i pesci con la pastura, e poi mischiare, nella maniera più naturale possibile, la nostra esca con quelle gettate in precedenza. Se riusciremo in questo intento, le abboccate non mancheranno, e spesso, vista la leggerezza delle lenze e la loro scarsa lunghezza, le segnalazioni del nostro piccolo galleggiante saranno affondate nettissime — alle quali, purtroppo, non sempre si riesce a rispondere a segno. Fare una "padella", cioè sbagliare una mangiata, in questo tipo di pesca è quanto mai facile e frequente: i motivi sono molteplici, e non sempre si trova un rimedio al numero delle ferrate a vuoto.
Ma quando la ferrata va a segno, la sottile cannina che teniamo in mano flette decisa, e ci pare quasi di tenere il nylon tra le dita. Nei corsi minori, il recupero del pesce è spesso reso difficile da alcuni fattori: in primo luogo la ristrettezza dell'ambiente e la vicinanza di eventuali ostacoli sommersi, oltre alle dimensioni ridotte di terminali e ami. Spesso dovremo, anche con la bolognese, recuperare il pesce come se tenessimo in mano una canna fissa, cedendo poco filo, usando braccio e corpo per brandeggiare la canna e ammortizzare le fughe del pesce allamato, cercando di non fargli raggiungere la sponda opposta o eventuali ostacoli.
Le ridotte dimensioni degli ambienti fanno sì che anche la popolazione dei vari spot sia ridotta, e quasi sempre, dopo un avvio promettente, le abboccate cessano. In questi casi è inutile insistere per ore, cambiando lenze e approcci: molto meglio spostarsi e provare un nuovo posto, a meno che non si stia pescando in uno spot che sappiamo per certo possa rendere di più. Ma sono casi limitati: di norma è più proficuo praticare una pesca itinerante, provando diversi spot e spostandosi quando si vedono cessare le abboccate.
A questo scopo è utile ridurre l'attrezzatura al minimo, per potersi muovere agevolmente. Personalmente non riesco mai a muovermi senza un fodero con almeno 4 canne (più spesso 6) e una borsa a tracolla con il necessario per la giornata, oltre a esche, guadino e così via, con il risultato che mi ritrovo ad arrancare come un cinghiale in mezzo alle ramaglie. Ma ho imparato che è meglio perdere mezz'ora per raggiungere uno spot non disturbato, piuttosto che passare due ore a chiedersi se si sia sbagliato qualcosa, mentre i pesci si sono semplicemente allarmati.
Questa necessità di spostarsi è, a ben vedere, una fortuna: ci obbliga a distogliere per qualche minuto l'attenzione dal fiume, e a godere di ciò che ci sta intorno, della natura che ci circonda e dei meravigliosi scenari del nostro paese.
Poi, oltre la curva del fiume, appare una grande piana d'acqua verde. La corrente lambisce la sponda opposta, dove un cespuglio si protende sull'acqua. Istintivamente immaginiamo la vita che si svolge sotto il pelo dell'acqua: i pesci che nuotano a poche decine di centimetri dal fondo, pronti a ghermire ciò che la corrente porta. Lanciamo in acqua una piccola manciata di esche, la vediamo affondare, e lanciamo la nostra leggera lenza, che si stende silenziosa sull'acqua, con il piccolo galleggiante che si pone subito in posizione, leggermente inclinato all'indietro. Lo seguiamo scendere verso valle, finché pare fermarsi, e poi, velocissimo, affonda di colpo. La canna scatta all'indietro senza che quasi ce ne rendiamo conto, e la lenza resta, per un breve attimo, piantata sul fondo, finché il grosso pesce non scuote la testa per liberarsi dall'amo. Poi parte deciso, facendo curvare la canna e gracchiare la frizione, mentre noi, invasi dalla paura che il pesce riesca a strappare il terminale, sentiamo quella sensazione di appagamento che il fiume e i pesci sanno donarci.
Questa è la pesca, ragazzi, e io non posso farne a meno. Credo sia lo stesso per tutti voi.Tieni il tuo archivio delle uscite
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