Testo e foto di Massimo Zelli
Lei non saprà mai con quale punto l'ho sfidata a giocarsi 250 milioni, è l'unica condizione che le ho posto e mi sembra un dettaglio trascurabile...
Ogni volta che dovrei fare qualcosa di importante ma invece sono a pescare, mi viene in mente Carlo Delle Piane in quell'interpretazione magistrale di "Regalo di Natale": l'avvocato. All'apparenza lo sprovveduto di turno, ma nella sostanza l'incarnazione dell'acume intellettivo, capace di toccare l'unica corda che un malato del gioco ascolta: il piacere di giocare, soltanto per giocare.
Venticinque anni fa non avevo la licenza di pesca. I 14 anni erano dietro l'angolo, ma aspettare agosto era lunga e, senza il libretto blu della provincia di Rieti, una canna in mano vicino al fiume voleva dire essere fuori legge.
Il laghetto placava la fame, ma era come togliersi la voglia di torta Sacher con del semolino in brodo. La voglia di fiume, per altro, non era una Sacher che al limite si compra: era più come le carte per un ludopatico, una mania, un pensiero fisso. Profumava dell'alga asciugata sui sassi dopo la piena, aveva il gusto di una sigaretta fumata di straforo come "i grandi" e di mani sporcate con la torba dei vermi. Non mi sentivo me stesso in nessun modo più di quanto lo fossi con una canna in mano, e anche solo conoscere una favilla minuscola della magia dell'acqua che corre era peggio che ingozzarsi di cioccolata una volta scoperto il nascondiglio. Non basta mai.
Ricevevo tonnellate di uova di cioccolata da genitori, zii, amici di famiglia, nonni. Queste misteriosamente sparivano, per poi riapparire tristemente contingentate a colazione o a merenda. Mia madre, in questo, era una diabolica enigmista: il nascondiglio della cioccolata era sempre quello che non t'aspettavi. Io, per mia sfortuna, non possedevo l'acutezza di una professoressa di matematica di lungo corso, ma avevo occhi e orecchie buone. Bastava un indizio e, al primo pomeriggio di solitudine, coadiuvato dal fedele complice — mio fratello, che faceva il palo per controllare l'eventuale prematuro rientro di mia madre — scovavo l'ambito nascondiglio... con conseguenti effetti gastrointestinali che prima o poi smascheravano l'infausto ritrovamento delle carte delle uova. Vuote.
Tornando al fiume, poco importava dover sopportare una paternale e qualche ceffone esplicativo a rinforzare il discorso. Se potevo andare, legavo la canna alla bicicletta e andavo dove non mi avrebbe trovato nessuno. Il guaio era quando si accorgevano che ero andato al fiume (primo problema) con la canna (secondo) e avevo anche fumato (terzo). In quei frangenti la paternale si dilungava, e gli aspetti esplicativi della faccenda erano ben sottolineati, per usare un eufemismo.
Quel giorno dovevo essere al campo sportivo. Il mercoledì non veniva mio padre a prendermi, quindi marinare il calcio per una pescata era una faccenda tutt'altro che inaffrontabile. Il fiume era bello da togliere il fiato: era una briglia che oggi è spesso piena di sassi e scorre a pari dell'alveo, ma prima aveva un canale al centro che l'allargava, formando un tratto largo 20 metri e profondo uno e mezzo. C'erano trote in prevalenza.
Non c'era una gran corrente, ma in quel momento scegliere il galleggiante in ragione di quanto l'acqua corresse non era tra le cose che sapevo fare. Avevo un 4 grammi nella cassetta e mi sembrava adatto. Ci misi 5-6 pallini di quelli da inglese, che lo taravano a completezza, e un finale agganciato a una girella, lungo circa un metro. Praticamente un insulto alla pesca, ma allora non lo sapevo... e forse nemmeno i pesci.
Una trota tirata con un filo dello 0,16, le rare volte che si attaccava, era un avversario piuttosto modesto, oltre che buono con le fettuccine di mia nonna. Sapevo però che c'erano pesci grossi e vecchi in quel posto: non li avevo mai presi, ma visti soltanto sì.
Dopo un pomeriggio soleggiato, verso le 7 arrivò qualche nuvola. Poggiai la canna sulla forcella in legno e mi girai a controllare la bicicletta, giusto per capire quanto avrei impiegato, in caso di pioggia, ad andare al coperto. Sentii in modo distinto la canna cadere in acqua. Mi girai, presi il calcio in sughero ormai a mollo e... c'era. Altroché se c'era. La morbida inglese telescopica era piegata a U. L'avevo preso, quel pesce che fino a quel momento avevo solo immaginato. Mentre la recuperavo pensavo tra me e me che avrei dovuto nasconderla da occhi indiscreti per portarla da mia nonna.
Il pesce fece tre fughe poderose, ma la frizione rispose bene. Ero ancora padrone della situazione, e non era poi molto più forte delle trote che catturavo al laghetto, per grossa che fosse. Un rivolo di sudore mi scendeva sulla tempia. Certi pesci non capitano sempre, ma per me, presa in fiume, era la prima volta. Pensavo già a quanto avrei favoleggiato sulla fotografia da fare a quel pesce: probabilmente era talmente bello che i miei avrebbero persino perdonato la marachella. Ce l'avevo già in tasca, quella tacca sul calcio della canna.
Ero convinto di averla domata, ma accadde qualcosa di inconsueto: il pesce si bloccò. Non riuscivo più a recuperarlo. Forse si piantò sotto un masso, forse vicino a un ramo: il fatto è che restò lì, e a nulla valsero i tentativi di smuoverla. Dopo qualche tentativo sentii che era ancora attaccata, ma furono gli ultimi barlumi di speranza, prima di veder tornare verso di me il mozzicone abraso del finale tagliato. Credo sia stata la prima volta in assoluto che persi una cattura che sentivo mia sopra ogni altra cosa. Fu in quell'istante che conobbi quel pesce che prima o poi tutti i pescatori incontrano: un pesce chiamato sconfitta.
Si può anche perdere
La lezione fu severa quanto efficace. Mi arrabbiai parecchio quella volta, sbattei la canna in acqua col rischio di romperla — avevo soltanto quella, per altro. Ogni tanto mi torna in mente quel nodo alla gola che provavo: succede quando perdo pesci che so per certo essere nobili, belli e difficili, oltre che rari da trovare.
Piacere, mi chiamo sconfitta, o quasi...
Pensavo a grandi linee a quell'episodio in quella mattinata sull'alto Serchio, qualche anno fa, dove il cuore era andato con la lancetta sul rosso più volte. Ci pensavo, a quel nodo in gola, ma il nodo non c'era. Al terzo pesce perso devi domandarti cosa sbagli, più che arrabbiarti. E in fin dei conti, quella mattina potevo anche perdere, perché finalmente stavo facendo quello che da anni si diceva di fare con Silvio: una giornata di pesca in Toscana, io, lui e un altro paio di buoni amici. Perdere un pesce è una sconfitta, ma si trasforma in una risata quando si è tutti a mollo con le gambe, spalla a spalla, con una canna in mano.
Eravamo a pesca per fare un video, e Marco ha fatto i salti mortali per tagliare il labiale delle invocazioni al nostro signore; viceversa noi abbiamo fatto i salti mortali per togliere dall'acqua quattro pesci che hanno concesso la grazia di farsi immortalare. E quando alla fine ci siamo riusciti, è stato come ritrovarsi al bar dei ricordi, con tante storie da raccontarci: noi, il fiume e la passione che ci unisce.
Talvolta me li riguardo, questi video. Talvolta mi soffermo sulle facce, talvolta mi ricordo anche quello che non si vede: quello che ci siamo detti ma non si sente. È un modo strano di lavorare in televisione, dove tutto è ovattato e perfetto. Ed è un modo strano e tremendamente vero: forse è per questo che quando qualcuno mi chiede del tal posto o della tal lenza, gliela racconto come se fosse stato lì con me quel giorno.
Pesci grossi
In un fiume come il Serchio alto, la variazione delle condizioni ambientali è repentina, e non è detto che ogni pescata si assomigli. Il carattere torrentizio, unito alla particolare vicinanza con le montagne, lo rende assai incostante; la variabilità ambientale rende inoltre complessa la scelta dello spot ideale. Decisamente un bell'enigma da risolvere, non meno difficile di un ampio fiume di pianura, sicuramente diverso e con abilità molto specifiche richieste al pescatore che lo affronta.
Partire con l'idea del cavedano e trovarsi di fronte carpe piuttosto grosse e molto arrabbiate, o barbi furiosi, richiede per l'appunto grande capacità di adattamento, ma anche quella prontezza mentale nel cambiare casacca, approccio e tipo di pesca, verso qualcosa di completamente inaspettato anche dal punto di vista della ricerca dell'abboccata.
Il punto che abbiamo in mente è uno striscio che degrada dolcemente fino a metà fiume, sfondando in modo più accentuato successivamente, per assestarsi a 2,5 metri di profondità a ridosso della sponda opposta. Pescare cavedani richiederebbe stare all'interno della corrente principale, a un metro e non più corti rispetto alla sponda opposta: dovremmo semplicemente cercarli sul fondo o staccati, nel loro ambiente naturale, la corrente principale.
La presenza di anfratti, franate e, di fatto, acqua morta sulla sponda opposta, rende però più complicata l'individuazione di carpe e barbi. Il cavedano raramente abita "le morte" di un fiume quando può avere a disposizione ambienti più dinamici e ricchi; la carpa e il barbo, invece, frequentano volentieri ambienti dove l'acqua è ferma o rallenta. Questa è la prima distinzione da fare per tarare il tipo di pesca sul pesce che cerchiamo. Cercare la carpa nella corrente veloce di uno striscio è un azzardo: non è il tipo di pesce che insegue o aggredisce un'esca al volo. Il barbo invece, pur essendo un pesce prevalentemente da corrente, anche forte in taluni casi, può avere momenti in cui trova più confortevole un ambiente a scarsa ossigenazione e senza corrente. Questo avviene quando la temperatura dell'acqua si abbassa repentinamente e il pesce ha già subito il risveglio primaverile.
Quella mattina vedevo in modo piuttosto distinto i cavedani fermi sul fondo: erano immobili e apatici. Quando la temperatura si abbassa all'improvviso può succedere, e per quel che ho visto in questi anni, tanto vale poggiare la canna e attendere le ore calde per fare un tentativo, piuttosto che insistere. Quello che è stato letteralmente in grado di cambiarmi la giornata è stato il salto di un pesce piuttosto grosso nella lanca d'acqua ferma, poco a monte del picchetto che mi ero scelto. Non l'ho vista distintamente, ma ho sentito e percepito il movimento d'acqua. Tolta la lenza da cavedani, ne ho messa una più corta e pesante, adatta ad andare a pescare a distanza e restare ferma.
Mentre rido di me stesso nel dovermi ridurre a usare strategie da pesca alla carpa in canale, in uno di quelli che reputo tra i più bei fiumi appenninici d'Italia, alla terza fiondata piena il tappo sparisce. Per uno scherzo, tra me e Silvio, ferro e gli grido: "Sotto!". Marco scorre con la telecamera alle mie spalle, facciamo in tempo a scambiare giusto due parole sul fatto che sono contento di aver trovato i pesci, e gli spiego che non sono molto convinto di riuscire a tirare in secco quell'arnese con un finale del 10. Finisco di dirglielo e succede l'inevitabile: 1 a 0 per loro, e finale da rifare.
Ruvido e ad effetto
Salendo allo 0,11 rimedio ulteriori 4 spaccate. Decido di giocarmi la carta "appoggio", mettendo in campo un altro stratagemma da canale. L'azione di pesca attuata fino a quel momento prevede la pesca esclusiva nella morta d'acqua, dove il fondo è 2 metri anziché 2,5 come nello striscio adiacente. Utilizzo di fatto un appoggio nullo o quasi, poiché l'inerzia della piombatura mi consente di restare nella pozzanghera senza uscirne. La canna lunga, in questo, aiuta non poco, permettendo di tenere quasi tutto il filo fuori dall'acqua e di gestire quello in bando con dei precisi e continui "mending".
Decido allora di cambiare. Provo a tarare comunque il fondale a 2,5 metri e utilizzare un finale del 13. L'idea è partire pescando nella morta, usando una piombatura più lunga e in appoggio parziale, per poi scorrere laddove la corrente dello striscio inizia a spingere ma non è mai forte al 100%. Pesco in appoggio di mezzo metro nella morta, andando poi a tararmi nel tratto iniziale di passata, che ritengo il più importante.
Se si ha dimestichezza nell'osservazione del comportamento dei pesci, si sa che quelli che stazionano in una morta d'acqua la usano come fosse un bar: entrano, si riposano, spazzolano per bene il fondo e ne escono. Questo avviene più volte al giorno per ogni individuo, a ciclo continuo. Andare a intercettare gli esemplari che entrano ed escono ci pone nella condizione privilegiata di pescare su un numero maggiore di pesci, e in movimento lento. In pratica l'azione di pesca si svolge fiondando nella morta e andando a pescare lì, per poi trascinarsi fuori sulla lieve scia di bigattini che si forma dove la corrente la lambisce, trasportandoli fuori. La lenza deve cambiare posizione molto lentamente: deve quasi fare una lieve passata laddove l'acqua è ferma, per entrare nella corrente viva. Per farlo basta semplicemente mettere giù un po' di filo in acqua, tra punta e galleggiante: il resto verrà da sé.
Lenze flessibili
È già difficile mandare giù il fatto di pescare con 2 grammi laddove ne useresti 0,70, e ben aperti. Quel che tuttavia collide davvero con l'imprinting del passatista, e che chiama in causa il senso dell'acqua e l'esperienza più della tecnica nella pesca a passata, risiede nel fatto che la lenza pesca in due situazioni completamente diverse nella stessa passata. Si parte poggiando il finale generosamente sul fondo e si finisce lambendo un altro fondale, con un finale talvolta staccato, talvolta poggiato. La cosa è piuttosto ambigua, ma è anche una strada obbligata per mettersi in condizione di arrivare su più pesci, che di fatto si rendono più attivi nella zona di passaggio tra la calma della morta d'acqua e la zona ricca di sedimentazione, dove si formano i rigiri di corrente adiacenti alla corrente viva.
Per fare quanto detto, una scalata in pesi e misure è sufficiente, ma bisogna costruirla in modo che sia davvero efficace: vediamo come. Dovrà essere corta, poiché pescando con un terminale disteso la segnalazione sarebbe praticamente invisibile su una lenza lunga e morbida: costruiremo una scalata partendo con un pallino del 10 e salendo di due misure alla volta, chiudendo la lenza in circa 40 centimetri per la sola piombatura attiva. Dovrà essere dotata di un finale lungo quanto la lenza: l'appoggio di circa 50 cm permetterà di mettere in terra soltanto i primi 10 centimetri della piombatura, il che renderà la visualizzazione dell'abboccata rapida, compatibilmente con una staticità dell'esca notevole sul falso piano della morta d'acqua.
Il finale dovrà essere piombato: in maniera lieve, ovviamente, ma inevitabilmente piombato. Un paio di pallini del 10 a dividerlo a metà faranno in modo che, quando la lenza verrà trascinata nel rigiro di corrente, ci sia quel minimo di stabilità di passata. La lenza corta farà il resto in questo frangente, rendendo la presentazione superefficace. Useremo un amo di piccole dimensioni ma dallo spessore consistente: questo giocherà a nostro favore non solo nel recupero ma anche durante la passata. Il peso dell'amo, abbastanza rilevante, accompagnerà l'esca sul fondo in maniera stabile, molto più che utilizzando un leggero e convenzionale amo a paletta. Generalmente una forma grub o una forma cristal abbastanza larga fanno al caso nostro in ogni frangente.
Epilogo
A fine giornata il conteggio profuma di goleada da parte del Serchio, che travolge il contingente straniero. Personalmente conto 4 pesci presi su 9 incannati. Poteva certamente andare meglio, e certamente gli schiaffoni delle carpe e dei barbi di questo posto me li porterò dietro un bel pezzo. Sono sconfitte, queste, che però lo sono a metà: sono anche l'occasione per mettersi alla prova con qualcosa che sfugge alla normalità di uno schema classico. E lo sono a metà perché, non ditemi di no, alcuni di noi avrebbero chiuso la canna sulla sentenza "oggi i pesci sono fermi". La pesca a passata, per quanto ben eseguita, ha proprio questa caratteristica: sembra di dover sempre fare la stessa cosa, far correre un galleggiante in acqua. Ed è proprio tra chi "fa correre un galleggiante" e chi invece pesca con la testa che si cela la differenza tra prendere e passare del tempo. Una volta scrissi che "l'interpretazione dell'eccezionale è la differenza tra un pescatore e uno che regge la canna". Ne sono ancora pienamente convinto.
Venticinque anni fa non avevo la licenza di pesca. I 14 anni erano dietro l'angolo, ma aspettare agosto era lunga e, senza il libretto blu della provincia di Rieti, una canna in mano vicino al fiume voleva dire essere fuori legge.
Il laghetto placava la fame, ma era come togliersi la voglia di torta Sacher con del semolino in brodo. La voglia di fiume, per altro, non era una Sacher che al limite si compra: era più come le carte per un ludopatico, una mania, un pensiero fisso. Profumava dell'alga asciugata sui sassi dopo la piena, aveva il gusto di una sigaretta fumata di straforo come "i grandi" e di mani sporcate con la torba dei vermi. Non mi sentivo me stesso in nessun modo più di quanto lo fossi con una canna in mano, e anche solo conoscere una favilla minuscola della magia dell'acqua che corre era peggio che ingozzarsi di cioccolata una volta scoperto il nascondiglio. Non basta mai.
Ricevevo tonnellate di uova di cioccolata da genitori, zii, amici di famiglia, nonni. Queste misteriosamente sparivano, per poi riapparire tristemente contingentate a colazione o a merenda. Mia madre, in questo, era una diabolica enigmista: il nascondiglio della cioccolata era sempre quello che non t'aspettavi. Io, per mia sfortuna, non possedevo l'acutezza di una professoressa di matematica di lungo corso, ma avevo occhi e orecchie buone. Bastava un indizio e, al primo pomeriggio di solitudine, coadiuvato dal fedele complice — mio fratello, che faceva il palo per controllare l'eventuale prematuro rientro di mia madre — scovavo l'ambito nascondiglio... con conseguenti effetti gastrointestinali che prima o poi smascheravano l'infausto ritrovamento delle carte delle uova. Vuote.
Tornando al fiume, poco importava dover sopportare una paternale e qualche ceffone esplicativo a rinforzare il discorso. Se potevo andare, legavo la canna alla bicicletta e andavo dove non mi avrebbe trovato nessuno. Il guaio era quando si accorgevano che ero andato al fiume (primo problema) con la canna (secondo) e avevo anche fumato (terzo). In quei frangenti la paternale si dilungava, e gli aspetti esplicativi della faccenda erano ben sottolineati, per usare un eufemismo.
Quel giorno dovevo essere al campo sportivo. Il mercoledì non veniva mio padre a prendermi, quindi marinare il calcio per una pescata era una faccenda tutt'altro che inaffrontabile. Il fiume era bello da togliere il fiato: era una briglia che oggi è spesso piena di sassi e scorre a pari dell'alveo, ma prima aveva un canale al centro che l'allargava, formando un tratto largo 20 metri e profondo uno e mezzo. C'erano trote in prevalenza.
Non c'era una gran corrente, ma in quel momento scegliere il galleggiante in ragione di quanto l'acqua corresse non era tra le cose che sapevo fare. Avevo un 4 grammi nella cassetta e mi sembrava adatto. Ci misi 5-6 pallini di quelli da inglese, che lo taravano a completezza, e un finale agganciato a una girella, lungo circa un metro. Praticamente un insulto alla pesca, ma allora non lo sapevo... e forse nemmeno i pesci.
Una trota tirata con un filo dello 0,16, le rare volte che si attaccava, era un avversario piuttosto modesto, oltre che buono con le fettuccine di mia nonna. Sapevo però che c'erano pesci grossi e vecchi in quel posto: non li avevo mai presi, ma visti soltanto sì.
Dopo un pomeriggio soleggiato, verso le 7 arrivò qualche nuvola. Poggiai la canna sulla forcella in legno e mi girai a controllare la bicicletta, giusto per capire quanto avrei impiegato, in caso di pioggia, ad andare al coperto. Sentii in modo distinto la canna cadere in acqua. Mi girai, presi il calcio in sughero ormai a mollo e... c'era. Altroché se c'era. La morbida inglese telescopica era piegata a U. L'avevo preso, quel pesce che fino a quel momento avevo solo immaginato. Mentre la recuperavo pensavo tra me e me che avrei dovuto nasconderla da occhi indiscreti per portarla da mia nonna.
Il pesce fece tre fughe poderose, ma la frizione rispose bene. Ero ancora padrone della situazione, e non era poi molto più forte delle trote che catturavo al laghetto, per grossa che fosse. Un rivolo di sudore mi scendeva sulla tempia. Certi pesci non capitano sempre, ma per me, presa in fiume, era la prima volta. Pensavo già a quanto avrei favoleggiato sulla fotografia da fare a quel pesce: probabilmente era talmente bello che i miei avrebbero persino perdonato la marachella. Ce l'avevo già in tasca, quella tacca sul calcio della canna.
Ero convinto di averla domata, ma accadde qualcosa di inconsueto: il pesce si bloccò. Non riuscivo più a recuperarlo. Forse si piantò sotto un masso, forse vicino a un ramo: il fatto è che restò lì, e a nulla valsero i tentativi di smuoverla. Dopo qualche tentativo sentii che era ancora attaccata, ma furono gli ultimi barlumi di speranza, prima di veder tornare verso di me il mozzicone abraso del finale tagliato. Credo sia stata la prima volta in assoluto che persi una cattura che sentivo mia sopra ogni altra cosa. Fu in quell'istante che conobbi quel pesce che prima o poi tutti i pescatori incontrano: un pesce chiamato sconfitta.
Si può anche perdere
La lezione fu severa quanto efficace. Mi arrabbiai parecchio quella volta, sbattei la canna in acqua col rischio di romperla — avevo soltanto quella, per altro. Ogni tanto mi torna in mente quel nodo alla gola che provavo: succede quando perdo pesci che so per certo essere nobili, belli e difficili, oltre che rari da trovare.
Piacere, mi chiamo sconfitta, o quasi...
Pensavo a grandi linee a quell'episodio in quella mattinata sull'alto Serchio, qualche anno fa, dove il cuore era andato con la lancetta sul rosso più volte. Ci pensavo, a quel nodo in gola, ma il nodo non c'era. Al terzo pesce perso devi domandarti cosa sbagli, più che arrabbiarti. E in fin dei conti, quella mattina potevo anche perdere, perché finalmente stavo facendo quello che da anni si diceva di fare con Silvio: una giornata di pesca in Toscana, io, lui e un altro paio di buoni amici. Perdere un pesce è una sconfitta, ma si trasforma in una risata quando si è tutti a mollo con le gambe, spalla a spalla, con una canna in mano.
Eravamo a pesca per fare un video, e Marco ha fatto i salti mortali per tagliare il labiale delle invocazioni al nostro signore; viceversa noi abbiamo fatto i salti mortali per togliere dall'acqua quattro pesci che hanno concesso la grazia di farsi immortalare. E quando alla fine ci siamo riusciti, è stato come ritrovarsi al bar dei ricordi, con tante storie da raccontarci: noi, il fiume e la passione che ci unisce.
Talvolta me li riguardo, questi video. Talvolta mi soffermo sulle facce, talvolta mi ricordo anche quello che non si vede: quello che ci siamo detti ma non si sente. È un modo strano di lavorare in televisione, dove tutto è ovattato e perfetto. Ed è un modo strano e tremendamente vero: forse è per questo che quando qualcuno mi chiede del tal posto o della tal lenza, gliela racconto come se fosse stato lì con me quel giorno.
Pesci grossi
In un fiume come il Serchio alto, la variazione delle condizioni ambientali è repentina, e non è detto che ogni pescata si assomigli. Il carattere torrentizio, unito alla particolare vicinanza con le montagne, lo rende assai incostante; la variabilità ambientale rende inoltre complessa la scelta dello spot ideale. Decisamente un bell'enigma da risolvere, non meno difficile di un ampio fiume di pianura, sicuramente diverso e con abilità molto specifiche richieste al pescatore che lo affronta.
Partire con l'idea del cavedano e trovarsi di fronte carpe piuttosto grosse e molto arrabbiate, o barbi furiosi, richiede per l'appunto grande capacità di adattamento, ma anche quella prontezza mentale nel cambiare casacca, approccio e tipo di pesca, verso qualcosa di completamente inaspettato anche dal punto di vista della ricerca dell'abboccata.
Il punto che abbiamo in mente è uno striscio che degrada dolcemente fino a metà fiume, sfondando in modo più accentuato successivamente, per assestarsi a 2,5 metri di profondità a ridosso della sponda opposta. Pescare cavedani richiederebbe stare all'interno della corrente principale, a un metro e non più corti rispetto alla sponda opposta: dovremmo semplicemente cercarli sul fondo o staccati, nel loro ambiente naturale, la corrente principale.
La presenza di anfratti, franate e, di fatto, acqua morta sulla sponda opposta, rende però più complicata l'individuazione di carpe e barbi. Il cavedano raramente abita "le morte" di un fiume quando può avere a disposizione ambienti più dinamici e ricchi; la carpa e il barbo, invece, frequentano volentieri ambienti dove l'acqua è ferma o rallenta. Questa è la prima distinzione da fare per tarare il tipo di pesca sul pesce che cerchiamo. Cercare la carpa nella corrente veloce di uno striscio è un azzardo: non è il tipo di pesce che insegue o aggredisce un'esca al volo. Il barbo invece, pur essendo un pesce prevalentemente da corrente, anche forte in taluni casi, può avere momenti in cui trova più confortevole un ambiente a scarsa ossigenazione e senza corrente. Questo avviene quando la temperatura dell'acqua si abbassa repentinamente e il pesce ha già subito il risveglio primaverile.
Quella mattina vedevo in modo piuttosto distinto i cavedani fermi sul fondo: erano immobili e apatici. Quando la temperatura si abbassa all'improvviso può succedere, e per quel che ho visto in questi anni, tanto vale poggiare la canna e attendere le ore calde per fare un tentativo, piuttosto che insistere. Quello che è stato letteralmente in grado di cambiarmi la giornata è stato il salto di un pesce piuttosto grosso nella lanca d'acqua ferma, poco a monte del picchetto che mi ero scelto. Non l'ho vista distintamente, ma ho sentito e percepito il movimento d'acqua. Tolta la lenza da cavedani, ne ho messa una più corta e pesante, adatta ad andare a pescare a distanza e restare ferma.
Mentre rido di me stesso nel dovermi ridurre a usare strategie da pesca alla carpa in canale, in uno di quelli che reputo tra i più bei fiumi appenninici d'Italia, alla terza fiondata piena il tappo sparisce. Per uno scherzo, tra me e Silvio, ferro e gli grido: "Sotto!". Marco scorre con la telecamera alle mie spalle, facciamo in tempo a scambiare giusto due parole sul fatto che sono contento di aver trovato i pesci, e gli spiego che non sono molto convinto di riuscire a tirare in secco quell'arnese con un finale del 10. Finisco di dirglielo e succede l'inevitabile: 1 a 0 per loro, e finale da rifare.
Ruvido e ad effetto
Salendo allo 0,11 rimedio ulteriori 4 spaccate. Decido di giocarmi la carta "appoggio", mettendo in campo un altro stratagemma da canale. L'azione di pesca attuata fino a quel momento prevede la pesca esclusiva nella morta d'acqua, dove il fondo è 2 metri anziché 2,5 come nello striscio adiacente. Utilizzo di fatto un appoggio nullo o quasi, poiché l'inerzia della piombatura mi consente di restare nella pozzanghera senza uscirne. La canna lunga, in questo, aiuta non poco, permettendo di tenere quasi tutto il filo fuori dall'acqua e di gestire quello in bando con dei precisi e continui "mending".
Decido allora di cambiare. Provo a tarare comunque il fondale a 2,5 metri e utilizzare un finale del 13. L'idea è partire pescando nella morta, usando una piombatura più lunga e in appoggio parziale, per poi scorrere laddove la corrente dello striscio inizia a spingere ma non è mai forte al 100%. Pesco in appoggio di mezzo metro nella morta, andando poi a tararmi nel tratto iniziale di passata, che ritengo il più importante.
Se si ha dimestichezza nell'osservazione del comportamento dei pesci, si sa che quelli che stazionano in una morta d'acqua la usano come fosse un bar: entrano, si riposano, spazzolano per bene il fondo e ne escono. Questo avviene più volte al giorno per ogni individuo, a ciclo continuo. Andare a intercettare gli esemplari che entrano ed escono ci pone nella condizione privilegiata di pescare su un numero maggiore di pesci, e in movimento lento. In pratica l'azione di pesca si svolge fiondando nella morta e andando a pescare lì, per poi trascinarsi fuori sulla lieve scia di bigattini che si forma dove la corrente la lambisce, trasportandoli fuori. La lenza deve cambiare posizione molto lentamente: deve quasi fare una lieve passata laddove l'acqua è ferma, per entrare nella corrente viva. Per farlo basta semplicemente mettere giù un po' di filo in acqua, tra punta e galleggiante: il resto verrà da sé.
Lenze flessibili
È già difficile mandare giù il fatto di pescare con 2 grammi laddove ne useresti 0,70, e ben aperti. Quel che tuttavia collide davvero con l'imprinting del passatista, e che chiama in causa il senso dell'acqua e l'esperienza più della tecnica nella pesca a passata, risiede nel fatto che la lenza pesca in due situazioni completamente diverse nella stessa passata. Si parte poggiando il finale generosamente sul fondo e si finisce lambendo un altro fondale, con un finale talvolta staccato, talvolta poggiato. La cosa è piuttosto ambigua, ma è anche una strada obbligata per mettersi in condizione di arrivare su più pesci, che di fatto si rendono più attivi nella zona di passaggio tra la calma della morta d'acqua e la zona ricca di sedimentazione, dove si formano i rigiri di corrente adiacenti alla corrente viva.
Per fare quanto detto, una scalata in pesi e misure è sufficiente, ma bisogna costruirla in modo che sia davvero efficace: vediamo come. Dovrà essere corta, poiché pescando con un terminale disteso la segnalazione sarebbe praticamente invisibile su una lenza lunga e morbida: costruiremo una scalata partendo con un pallino del 10 e salendo di due misure alla volta, chiudendo la lenza in circa 40 centimetri per la sola piombatura attiva. Dovrà essere dotata di un finale lungo quanto la lenza: l'appoggio di circa 50 cm permetterà di mettere in terra soltanto i primi 10 centimetri della piombatura, il che renderà la visualizzazione dell'abboccata rapida, compatibilmente con una staticità dell'esca notevole sul falso piano della morta d'acqua.
Il finale dovrà essere piombato: in maniera lieve, ovviamente, ma inevitabilmente piombato. Un paio di pallini del 10 a dividerlo a metà faranno in modo che, quando la lenza verrà trascinata nel rigiro di corrente, ci sia quel minimo di stabilità di passata. La lenza corta farà il resto in questo frangente, rendendo la presentazione superefficace. Useremo un amo di piccole dimensioni ma dallo spessore consistente: questo giocherà a nostro favore non solo nel recupero ma anche durante la passata. Il peso dell'amo, abbastanza rilevante, accompagnerà l'esca sul fondo in maniera stabile, molto più che utilizzando un leggero e convenzionale amo a paletta. Generalmente una forma grub o una forma cristal abbastanza larga fanno al caso nostro in ogni frangente.
Epilogo
A fine giornata il conteggio profuma di goleada da parte del Serchio, che travolge il contingente straniero. Personalmente conto 4 pesci presi su 9 incannati. Poteva certamente andare meglio, e certamente gli schiaffoni delle carpe e dei barbi di questo posto me li porterò dietro un bel pezzo. Sono sconfitte, queste, che però lo sono a metà: sono anche l'occasione per mettersi alla prova con qualcosa che sfugge alla normalità di uno schema classico. E lo sono a metà perché, non ditemi di no, alcuni di noi avrebbero chiuso la canna sulla sentenza "oggi i pesci sono fermi". La pesca a passata, per quanto ben eseguita, ha proprio questa caratteristica: sembra di dover sempre fare la stessa cosa, far correre un galleggiante in acqua. Ed è proprio tra chi "fa correre un galleggiante" e chi invece pesca con la testa che si cela la differenza tra prendere e passare del tempo. Una volta scrissi che "l'interpretazione dell'eccezionale è la differenza tra un pescatore e uno che regge la canna". Ne sono ancora pienamente convinto.Tieni il tuo archivio delle uscite
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