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Racconti17 feb 2024

La versione meno romantica di noi pescatori

Testo e foto di Massimo Zelli. Un racconto senza filtri su una giornata di pesca al cavedano: bigattini rovesciati in garage, un cornetto che ustiona il palato, un ferretto che tradisce sul pesce migliore — e un vecchietto che, per la prima volta, capisce cosa si prova a pescare.

Di Enrico Avagliano
La versione meno romantica di noi pescatori
Testo e foto di Massimo Zelli Molto spesso a noi piace raccontarci come se la nostra disciplina fosse una forma d'arte, ed io sono convinto che lo sia, ma se provassimo per un istante a dire come stanno veramente le cose, cosa ne uscirebbe? Alle 6 questa mattina, alla volta di mettere il mio riposatissimo culo (ben 2 ore di sonno causa gastrite che dura da 15 giorni) sulla macchina, un cic-cic sinistro mi avverte che il suolo del mio garage non è perfettamente pulito. Accendo la luce e si materializza un incubo per il quale il "bigattinaro" medio paga dazio almeno una volta nella vita. È come una sorta di ferita di guerra, un marchio di iniziazione. Quasi tutti ci sono passati, e se non ci sono passati è perché usano poco i cagnotti, o semplicemente sono più furbi di me, che stando alle statistiche sono ben al di sopra della media come numerosità di questo tipo di eventi. Il sacchetto, appeso diligentemente a un tubo aereo con un secchio al di sotto nel caso vi fosse la remota possibilità di un buco, s'era snodato. Ma non snodato come una ballerina: si era semplicemente slegato dalla staffa del tubo al quale l'avevo appeso. Praticamente un caso di sfiga cosmico, considerando che il laccio è di cotone e il coefficiente d'attrito di questo materiale su se stesso dovrebbe garantire già abbastanza da eventi di tale genere. Considerazioni ingegneristiche a parte, il sacchetto era rimasto aperto perché i bigattini fossero ben arieggiati. Una precauzione indispensabile in pieno inverno... Ovviamente, poiché Murphy è un brutto figlio di puttana sadico senza cuore, il sacchetto è caduto sul secchio leggermente "fuori centro": questo si è rovesciato, lasciando che il sacchetto giacesse per bene in orizzontale, libero di dare sfogo a tutto il suo contenuto. Diverse madonne più tardi — c'est à dire, come dicono in Francia, diversi minuti dopo — successivamente ad aver scopato circa 1,5 kg di bigattini su due che ne avevo (il resto troverà da sé la via della finestra, munito d'ali leggiadre, nelle prossime settimane), mi avvio all'auto conscio che sarà una giornata in cui non ci saranno grossi acuti, ma almeno potrò pescare. Sono da solo e mi sento in ritardo, non guardo l'orologio giusto per non fomentare altre sfighe. Decido che oggi non c'è tempo per fermarsi al bar con la barista ventenne e gnocca su cui ogni tanto mi soffermo, solo con gli occhi, nei miei mezzo-notturni piscatori: decido che oggi il cappuccino e il cornetto se li guadagnerà la barista bionda in età avanzata al bar del paese. Si celano tuttavia altri indizi sul karma della giornata anche dietro questa scelta rimediata all'ultimo momento. La barista — questa non è gnocca nemmeno di cognome — mi dice che posso servirmi da solo per il cornetto, specificando a chiare lettere: "prenda quello davanti che è meno caldo". Io eseguo, e per essere sicuro ne tasto la superficie con la lingua e gli do un timido morso di accomodamento: è perfettamente tiepido. Va fatto un inciso di natura tecnica su questa faccenda: la soddisfazione di un cornetto zeppo di marmellata è tale solo se la marmellata è presente copiosamente e non solo per scena. Soppesando l'oggetto capisco che vi è sostanza. La soddisfazione tuttavia diviene almeno doppia solo se il morso arriva come minimo a metà cornetto, lasciandoci la bocca sporca come quella di un'orca che trancia in due una succulenta e grassoccia foca. L'immagine della foca, così d'impatto, non mi dispiacque affatto mentre affondavo, ricco d'aspettative, le ganasce nel rubicondo bozzolo di marmellata. Capii di essere spacciato solo quando quello che avrebbe dovuto essere un dolce e tiepido ripieno si rivelò in tutta la sua natura: uno schizzo di magma che s'appiccica al palato causando ustioni da perdere la pelle, per scendere in seguito lungo la gola facendo un unico buco fino allo stomaco, dove avrebbe finito di bruciare. E vaffanculo pure alla gastrite. Una lacrimetta mi scende giù da una guancia e, mentre con un colorito che stimo tra viola e cianotico rivolgo uno sguardo sul tono "adesso vengo lì, ti sfilo la spina dorsale e ti ci frusto", guardo la vecchia biondona e spero che non si sia accorta della coglionata atomica che ho commesso. Troppo tardi: una risatina le si stampa sulla faccia e mi fa: "te o 'go dito, gli è come i pomidori de Fracchia" — o qualcosa del genere. Per i non veneti o non veneto-praticanti: te l'ho detto, sono come i pomodorini di Fantozzi. Ad ogni modo, alle 9 ho perso la sensibilità del dito medio, quello che tocca sulla bobina, ho ferrato a vuoto su una mangiata che probabilmente era un'allucinazione in preda alla demenza da freddo, e ho parlato al telefono 5 minuti prima di capire chi cazzo fosse, cosa volesse alle 9 di martedì grasso quando tutto il mondo si sta facendo delle gran risate, e soprattutto che non ero io il sindaco e non me ne fregava una santissima ceppa del matrimonio di sua figlia. Va tutto bene: l'inizio non sempre è indicativo di come deve proseguire. La mangiata successiva non è un'allucinazione — o meglio, se lo è, ditemi come fare ad averle più spesso, perché tira sulla cima della canna come un cavedano da due chili. Controllo la fuga con tutto quello che anni di bolognese mi hanno insegnato: canna bassa quando il pesce è lontano, la sollevo per gradi mentre guadagno qualche metro di filo, fino a tenerlo sotto la cima. Sono ormai quasi ai giri finali, il pesce circola in tondo ma è a mezz'acqua, tra poco saprò che faccia avrà... D'un tratto il terminale cede di schianto. Non è come quando sganci il pesce e senti il filo che morbidamente "sfila". Avverto nettamente la tensione che di colpo finisce. Il ferretto, l'infallibile ferretto, è rotto in due. La cosa mi lascia sconcertato, vorrei far precipitare un airbus 300 carico di santi, beati, apostoli e madonne, ma all'improvviso mi sovviene che Murphy, in questa faccenda, c'entra poco. Il ferretto si era piegato nella scorsa pescata, chiudendo malamente la lenza sulla stecca; io, in maniera bovina, l'avevo raddrizzato pensando di passarla liscia. Certe cose sono come i reumatismi: non sai quando, ma il conto te lo portano sempre. La corrente, inoltre, a causa della marea si intensifica. Quindi la finissima lenza da un grammo e mezzo che avevo aperto ad hoc, dopo mezz'ora è buona solo per farci giocare il gatto, mentre per pescare mi tocca aprire una 4 grammi che tengo in serbo per le grandi occasioni — e anche in bosniaco, per essere precisi — come una bottiglia di vino buono. La canna è il mio sogno da bambino, una Suprema Extreme dal costo di listino di circa un milione di lire, di cui di recente mi sono impossessato soddisfando quel che resta del mio spirito da numismatico: in realtà è una gran canna e basta, come non se ne trovano più. La musica cambia nell'immediato, ma non per la canna: la lenza è più precisa di prima e, pelando il fondale con l'esca e poco altro, procede con lentezza e appoggio minimo. Le mangiate non sono troppe, circa una ogni mezz'ora. Quello che rende il tutto più interessante è la forza di questi combattenti e la concentrazione che richiede questo tipo di pesca. La mangiata non ha ripetizioni: è un segno secco, prendere o lasciare. O hai il coraggio di tirare, oppure resti con quel genere di dubbio che si tramuta in un fastidioso bruciore con il passare dei minuti. Alle 15 avevo raggiunto la decina di pesci: 5 si erano fatti valere più dello 0.104, che inesorabilmente aveva ceduto il passo. La canna, questa canna, sembra di averla da una vita, eppure ci ho pescato 4 volte in tutto: leggera, veloce, con quel feeling che è lo stesso di quando, nemmeno ventenne, me ne innamorai e pensai che sarebbe stato bello fosse mia. Ci ho messo più di dieci anni, e alla fine è lì che me la guardo mentre a fine giornata riavvolgo la lenza e la pulisco con un panno umido. Arriva un tale, pare uscito da una cartolina anni '50: avete presente un vecchietto di quelli che a 50 anni sembra più vecchio di un vecchio vero. Sono in mezzo alla campagna, e il posto che oggi mi ospita è abbastanza selvaggio da non far supporre presenza umana nel raggio di chilometri. È un personaggio inerme, non ho voglia di fare il bastardo scostante: lo saluto con un mezzo sorriso, quello che mi resta di una giornata che nasce come valvola di sfogo a un periodo lavorativo un po' pieno e che vorrei ripetere un po' più spesso. Lui è meno gaglioffo di quel che pare, saluta fine come un avvocato e mi fa: "posso darti del tu, vero?" — e senza che io abbia tempo di rispondere rincara: "ti osservo da un paio d'ore, seduto sopra a quel crinale fuori dal tuo campo visivo". È un'affermazione che mi mette un po' sulla difensiva. Gli rispondo: "assaltatori di marina o paracadutisti?" Lui si fa una mezza ghignata e mi risponde: "no, ho avuto la polio da bambino, nulla di tutto questo per me. Vado a caccia e so come ci si avvicina senza fare troppa commedia". Beh, la zoppia la mascherava benone, ed era pure un paraculo di quelli matricolati. Mi dice che mi osservava perché voleva capire cosa si provava a pescare. Veniva qui molto spesso a guardare i pescatori, ma non riusciva mai a capire come facessimo a passare così tanto tempo in attesa senza che apparentemente succedesse nulla. Mi disse però che mi aveva visto attaccarne 6 e prenderne 4, e che all'ultimo si era trovato a fare il tifo quasi come a una partita. E allora, senza dirgli che tra i pescatori probabilmente sono uno dei più malati, gli spiego che quello che si prova è quello che lui ha vissuto sull'ultimo pesce. Ti fa battere il cuore sfidarli in questo modo. Lui lì per lì non afferra. Io guardo la pedana: il secchio ha pastura ancora per una palla. Così, senza dire nulla, faccio una palla e la lancio in acqua. Gli dico: "se siamo fortunati riesco a farti capire sul serio". Il tappo passa una, due, dieci volte; una sigaretta si consuma dietro a chiacchiere e spiegazioni, quando all'improvviso capisco che siamo in zona Cesarini: smetto di parlare. La fiammata del galleggiante è inequivocabile. Tiro. C'è. Gli passo la canna e gli dico: "prova!" Il vecchio, non molto vecchio, prende la canna con troppa delicatezza, quasi con la paura di fargli male, come farebbe una sedicenne di primo pelo con altro genere di canne. Gli intimo secco: "guarda che non morde. Prendi questa canna come i cristiani". Lui mi ascolta e assume una posizione più consona; dopo un po' mi fa: "sembra viva, cazzo!" Io gli rispondo semplicemente: "è viva". Non è del resto la pesca una cosa viva? Ci congediamo poco dopo. Lui non dice nulla, ma secondo me il dubbio che ci sia qualcosa di interessante nel pescare gliel'ho messo.
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