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Passata11 giu 2024

In pane veritas: la pesca a pane per pighi, cavedani e savette

Testo e foto di Massimo Zelli. Dietro l'apparente semplicità della pesca a pane si nasconde l'essenza della passata: come preparare la palla giusta, leggere la scia e affrontare pighi, cavedani e la funambolica savetta, che mangia solo col muso verso il basso.

Di Enrico Avagliano
In pane veritas: la pesca a pane per pighi, cavedani e savette
Testo e foto di Massimo Zelli Io appartengo alla schiera di quelli che vorrebbero nel Po le savette, i cavedani e i pighi di una volta, ma so che stiamo parlando di un'utopia, e quindi nel Po ci vado a prendere dei gran barbi che, inutile nascondersi dietro un dito, mangiano, tirano e fanno divertire come pochi. Le specie della vecchia generazione vado a pescarle dove le popolazioni di questi pesci, vuoi perché madre natura ci mette lo zampino, vuoi perché qualche volenteroso dà una mano, ci sono e stanno tornando agli antichi fasti. La pesca di pighi, cavedani e savette a pane è qualcosa che cela, sotto un'economia e una semplicità disarmanti, l'essenza della pesca a passata: saper mandare la lenza. Si tratta infatti di una tecnica dove pasturazione ed esca sono quasi la stessa cosa, e dove, per vedere mangiate con una certa frequenza, è molto importante il sottile equilibrio dinamico che si instaura tra il lento sfaldarsi della palla di pane e il passaggio dell'esca, lieve e preciso, sulla sua scia. Mai come in questo caso sono richiesti precisione e ragionamento, a fronte di lenze molto semplificate. Un po' di chiarezza Mi sono confrontato con diversi pescatori sulla pesca a pane. Mediamente tutti convengono che, costruendo la pasturazione usando soltanto pane grattato e come esca un fiocco di pane, si ottiene l'effetto di passare attraverso la scia di pastura con un boccone di dimensioni notevolmente più individuabili rispetto al pane usato come richiamo. Personalmente credo che questa sia una variante della pesca a pane intesa in senso classico, che può avere una certa valenza laddove il pesce, per scarsità o perché molto pescato, tende a cibarsi di tutto con un certo sospetto, quindi anche del pane. Questa tecnica, se ricordo bene, è abbastanza diffusa tra i pescatori non agonisti del Mincio, a Peschiera: in quel caso è vero, se l'unico boccone "utile" sulla pastura è quello sul nostro amo, il pesce non avrà altra chance che mangiare quello. Nella bibliografia che ho a disposizione sull'argomento ho trovato diversi autori che parlano di pane grattato che, bagnato in maniera appropriata affinché abbia la consistenza giusta, va sistemato direttamente sull'amo formando una pallina, magari con l'aiuto di una molletta di ritenuta. Non si tratta di pesca a pane, ma di pesca con un pastarello al gusto di pane: una cosa completamente diversa dalla pesca a pane classica. Finisco parlando del "bait punch", giusto per completare la carrellata di ciò che NON è pesca a pane in senso classico. Un bait punch, per gli amici una fustella, usato per tagliare del pane in cassetta, è un espediente di natura anglosassone che lascerei confinato alle tecniche anglosassoni. Per la natura stessa della tecnica, quello che va appeso all'amo è un pezzo di mollica nello stato più naturale possibile: non va schiacciata, tagliarla regolarmente è controproducente, e deve essere di pane senza conservanti, quindi non pane per toast e/o tramezzini. La mollica, strappata naturalmente da un pezzo di pane da tavola, quando viene appesa sull'amo nel modo corretto si espande appena tocca l'acqua, trasformandosi in un oggetto leggero, di dimensioni doppie e molto soffice nella consistenza. Il pane da tramezzini è ricco di strutto e non fa questo effetto, non si espande. È da escludere anche il pane da toast: un po' meglio, perché diventa morbido, ma non si espande ed è pieno di conservanti. Il bait punch potete usarlo quando pescate a ledgering con "pastarelli" innescabili, e in una miriade di altre occasioni, ma per pescare a pane in bolognese potete tranquillamente farne a meno. Se la vostra preoccupazione riguarda la tenuta del boccone, va fatta una considerazione importante: l'innesco perfetto deve essere estremamente molle, per poter essere efficace nella ferrata al minimo cenno. Questo aspetto è basilare su pighi e savette, un po' meno sul cavedano. Un innesco fatto a regola d'arte deve potersi staccare quando recuperiamo la lenza a fine passata con una falsa ferrata: questo ci dà l'indicazione di una consistenza ideale, e va rifatto a ogni giro. Come è evidente, la consistenza dell'innesco cambia a contatto con l'acqua, ma finché è secco possiede requisiti di tenuta sufficienti anche per lanci molto violenti e molto lunghi. Sandro Garanzini, che per me è l'autorità indiscussa quando si parla di pesca a pane, rammenta sempre, con una punta di nostalgia, i tempi in cui a Pavia, sul Ticino, si usavano canne da otto metri per scagliare lenze dell'ordine dei 10 grammi a centro fiume. Come spesso mi dice, qualche canna ogni tanto la spezzavano in quattro pezzi: giusto per dare un'idea di quanto possa essere violento un lancio con un pezzetto di pane che pende da un 120H del numero 18. Preparazione del pane da pastura Prima di spiegare la tecnica, è doveroso un passaggio sulla preparazione del pane da usare in pastura: è su questa che si sviluppa l'intero stile di pesca che, seppur con le naturali contaminazioni possibili, possiede una sua identità precisa. Si usa del pane vecchio come ossatura della mescola, da unire a del pangrattato in proporzioni variabili: tenendo conto delle percentuali in peso, la regola è un 50:50. Questo produce un composto con il necessario grado di collosità per adattarsi ad acque medie e veloci. Si può arrivare a 60:40, con 60 di pane vecchio, se si vuole un composto molto legante, o viceversa a 40:60 se si vuole una mescola più facile da slegare. Il pane vecchio va messo a mollo in un secchio per una quindicina di minuti: di solito è la prima cosa da fare arrivati sul posto di pesca, così da avere tempo per prepararsi. Il pane deve essere bagnato al 100% per poterlo lavorare al meglio; prima di ogni altra operazione bisogna saggiarne la consistenza e controllare che sia tutto morbido, senza residui di pane duro. Se si trovasse del pane ancora secco in alcuni punti, basta romperne i pezzi tra le mani per favorirne la bagnatura. La fase successiva è strizzare il pane usando un setaccio o un panno: il panno è molto efficace ma lento, il setaccio richiede maggiore consapevolezza d'uso ma evita perdite di tempo. Con il panno basta chiuderlo "a mo' di caramella" intorno al pane e strizzare finché non esce più acqua; con il setaccio si versa il pane, già affogato, direttamente su di esso per togliere il grosso dell'acqua, poi si comprime l'impasto, già parzialmente scolato, sulla maglia per asciugarlo bene, evitando di estruderlo attraverso il setaccio stesso. Vi accorgerete che il pane è pronto quando, pur non perdendo più acqua, avrà la consistenza di un babà un po' troppo bagnato. A questo punto va spezzettato lavorandolo con le mani: bisogna stringerne belle brancate e lasciare che esca tra le dita. Dopo essere stato strizzato e spezzettato, il pane è pronto per essere mescolato con il pangrattato: l'umidità residua deve bastare a bagnare il tutto e formare un composto gommoso e abbastanza solido. Mischiando i due ingredienti bisogna lavorare l'amalgama, ancora una volta facendola uscire tra le dita dei pugni: questo permette ai pezzi più grossi, resistiti alla strizzatura, di rompersi e far raggiungere al composto la consistenza giusta per lavorare in maniera appropriata. L'operazione si può fare anche con il trapano, ma serve grande esperienza: frullando ad alta velocità si rischia di emulsionare, con l'amido presente, i due ingredienti. Se questo accade, la collosità della mescola diventa molto più alta di quanto desiderato, e la pastura lavora male e in tempi lunghissimi. Attenzione a questo aspetto, perché l'errore non è reversibile se non correggendo con ampie dosi di pangrattato — soluzione posticcia, comunque non pari a un lavoro ben eseguito al primo colpo. È un po' come quando si sbaglia l'incollaggio del bigattino per troppa acqua: tutto si recupera, ma poi ci si ritrova con qualcosa che non somiglia lontanamente a quello che si voleva. A questo punto avrete una massa di pane che potete comodamente comprimere e lavorare fino a trasformarla in un unico pallone del peso di un paio di chili. Va conservata dentro un panno umido, e tirata fuori solo al momento di utilizzarla. Come è evidente dalla preparazione, si tratta di un composto molto diverso da uno sfarinato normale da pesca: il pangrattato serve a uniformare la miscela e a rendere la consistenza il più possibile omogenea in tutto il suo volume. Il pane vecchio bagnato si sfilaccia e forma piccoli bocconi sotto i 4 mm di diametro medio, trasportati lievissimi dalla corrente. La palla, sfaldandosi, cede molto lentamente il suo contenuto, e da questo nasce una scia abbastanza lunga, in ragione della leggerezza dell'ingrediente, ma anche molto sottile, poiché non ci saranno aloni di alcun genere. Non è strano vedere due pescatori che pescano a pane in coppia, di cui solo quello a monte pastura, non spalla a spalla ma staccati di 7-10 metri: catturano entrambi. Logica di funzionamento Il pane, preparato come descritto, forma scie anche di una trentina di metri. Il pesce può decidere di portarsi a ridosso della palla di pastura — principalmente i cavedani si comportano così — mentre pighi e savette si distribuiscono più o meno uniformemente lungo la pista che si forma a valle. È abbastanza comune, per pescatori di una certa esperienza, tagliare fuori il cavedano dalla selezione lanciando le bocce 7-10 metri a monte della propria postazione: con la pesca a pane si possono catturare quasi tutte le specie che nuotano lì, ma pigo e savetta meritano un'attenzione particolare in questo ambito. La palla di pane, se ben realizzata, comincia a entrare nel vivo del suo effetto circa 20 minuti dopo essere stata lanciata. Quando è sufficientemente bagnata nella parte esterna, inizia a consumarsi rilasciando pezzetti e particelle trasportati dalla corrente verso valle. La differenza rispetto a una pastura normale è che quella che chiamiamo scia non è una scia aromatica, né un letto su cui il pesce va a cercare nutrimento e particelle miste: sono pezzetti di alimento che fluiscono a valle, e di cui i pesci si cibano restando in fila. In pratica è come fiondare bigattino sfuso, con la differenza che, dal punto di vista alimentare, facciamo riferimento a un elemento, il pane, che se ben amministrato copre spazi più ampi senza rischiare di saziare il pesce. Questo effetto è dovuto a due caratteristiche che coincidono: la leggerezza, che permette il trasporto in corrente per molti metri, e il potere calorico medio ma relativamente basso dei singoli bocconcini. Quello che il pescatore deve fare, una volta consapevole di queste peculiarità, è abbastanza logico: mascherare l'amo da bocconcino e farlo scorrere leggero sul fondo, dentro la scia. Un dettaglio da non dimenticare: bisogna appesantire la palla di pastura con un sasso delle dimensioni di una susina. È fondamentale, perché un materiale leggero come il pane resti stabile nella sua posizione. La sequenza di pasturazione Si inizia con 3-4 palle lanciate a raggera, per creare un fronte di pasturazione più ampio. Un esempio: se abbiamo battezzato la linea di passata sui 20 metri, metteremo la prima palla a 19, la seconda a 20, la terza a 21, e la quarta un poco più a monte, sempre sui 20 metri, quasi a formare una T unendo i punti di impatto. Questo modo di pasturare è tipico della pesca a pane perché, come detto, la scia di ogni singola palla è molto stretta, quindi per creare un'area pasturata sufficientemente ampia da poter essere in pesca a ogni passata occorre un ampio fronte d'onda. La palla lanciata più a monte, quella che forma il gambo della T, è semplicemente una cartina al tornasole: se passando notiamo mangiate su quella, circa 3 metri a monte della nostra postazione, prima di passare sulle altre palle davanti a noi, significa che il pesce vuole stare sopra la palla. Se invece notiamo mangiate solo davanti a noi, vuol dire che il pesce si posiziona sulla scia — se infatti mangiasse a ridosso della pastura, troveremmo pesce imbrancato vicino a ogni palla, compresa quella a monte. Questo dettaglio è importante perché ci indica come mandare la lenza e con quanto anticipo lanciare. L'effetto di questo tipo di pane si fa sentire dopo 20 minuti, e dura circa 20-30 minuti: bisogna quindi lanciare palle nuove ogni 20 minuti, per dare continuità alla pasturazione. Errori da non fare: forzare la pasturazione quando vediamo scarsità di mangiate, aumentando la frequenza. Rivedete piuttosto la lenza: l'errore potrebbe essere lì. Forzare la pasturazione a pane, a meno di avere dei gran cavedani sotto, equivale a saziare il pesce. Astuzie da conoscere: quando vedete molte mangiate ma non riuscite più a prendere pesce, significa che sono troppo nervose. In questo caso il pesce è in estrema competizione alimentare, mangia con troppa voracità e frenesia, rischiando di dare mangiate indecifrabili che corrispondono a frazioni minime di movimento del galleggiante. Occorre pasturare per ripristinare lo stato di equilibrio. Passare radenti Pescare savette non è proprio come pescare cavedani: è un pesce più simile al pigo nel modo di nutrirsi, ma ancora più particolare. Mangia soltanto con il muso rivolto verso il basso e la coda in alto, e per questo richiede lenze dimensionate correttamente per un unico effetto: radere il fondo sempre e comunque, con la massima sensibilità di segnalazione. Nella mia esperienza di cattura in acqua corrente della maggior parte dei pesci europei, un paio di similitudini mi vengono in mente. Una è il nasello di fiume (nasen): ha lo stesso modo di mangiare e dà lo stesso tipo di mangiata, ma parlarne è quasi impossibile visto che nessuno ha ancora avuto l'idea di portarlo in Italia, se non nel bacino dell'Isonzo goriziano. L'altro pesce che, e qui mi attirerò le ire dei puristi, somiglia come mangiata alla savetta è la breme: in fiume mangia con il muso rivolto verso il basso un buon 80% delle volte, raccoglie letteralmente il boccone da terra e lo porta a circa 20-30 cm dal fondo, proprio come fa una savetta, solo più rapida. Un pescatore abituato a ferrare cavedani, barbi e altri pesci "normali" potrebbe non leggere la mangiata di un pesce del genere. Ci troveremo di fronte a cose strane: il galleggiante potrebbe rallentare fino quasi a fermarsi per poi ripartire, avere un'affondata lieve di circa metà astina, un sussulto da scambiare per un filo d'erba o un'asperità del fondale, oppure sparire seccamente — ma lì non avremmo dubbi. Nei primi quattro casi avremmo perso l'esca senza sapere perché, e anche sapendolo non sarebbe comunque semplice ferrare certe mangiate. La savetta è un funambolo della passata, va interpretata e va capito il suo umore per prenderne un buon numero. A fronte di queste considerazioni, la lenza che spesso uso è una scalata corta dotata di torpille, o solo a pallini, composta da una decina di piombi posizionati in una cinquantina di centimetri, a chiudere verso l'alto. Uso pallini grossi in prossimità dell'asola: parto con dei 7 per lenze intorno ai 4 grammi, dei 5 per lenze più pesanti, e salgo di misura di tre in tre saltando un numero. Un esempio: per una lenza da 4 grammi uso 3 pallini del 7, 3 pallini del 5, 3 pallini del 3, e fermo la torpille con dei pallini del numero 1. La parte importante della lenza è un finale lungo una cinquantina di centimetri (quindi pari alla lenza) che porti 4 pallini del 9: sono la nostra arma di difesa contro i funambolismi della savetta. La lenza descritta a monte del terminale è una lenza standard e molto usata, con lo scopo di tenere la corrente scorrendo il più possibile ortogonale al fondo, con appoggio minimo se non nullo. Il finale piombato, con i suoi 4 pallini, permette di creare piccoli bulk, spostare i pallini più in alto o più in basso, posizionarli a bottoni di camicia eccetera: in altre parole, si crea una piccola sotto-lenza che tiene il finale incollato al fondo e risponde agli inviti che di tanto in tanto faremo trattenendo e rilasciando. Questo assetto, piuttosto insolito, ha il doppio scopo di segnalare velocemente (parte alta della lenza) e garantire la correttezza della presentazione aderente al fondo (parte bassa). Detto questo, trovate un posto dove ci sono e... buon divertimento: i più bravi, dopo un po', ci fanno la mano.
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