Testo e foto di Massimo Zelli
È un pesce particolare, l'aspio. Merita certamente l'attenzione dei pescatori a passata.
Venerdì 28 novembre 2008
La giornata volgeva al termine, ma i barbi, in quell'innevato novembre, non volevano saperne di allentare il ritmo. Dopo la prima parte di pesca avevamo deciso per un salomonico "su le nasse", poiché il rischio di ammassare più di 100 kg di pescato era concreto, e questo, già allora, per me non era etico a sufficienza, considerando la già poca etica che c'è nel ficcare un ferro in bocca a un pesce. Procedemmo a ritmo serrato fino a circa le 4; si vedeva poco, ma gli sguardi miei, di Piero e di Maurizio, che si incrociavano, prefiguravano la chiusura delle canne solo quando non ci sarebbe stata più luce per pescare. Eravamo talmente presi dalla faccenda che mi scappò una perla di saggezza di quelle da annali della stupidità: "Non vi preoccupate, tanto con la neve per terra le notti non sono mai troppo buie... il bianco riflette". A Piero sfuggì un mezzo sorriso con l'ennesimo barbo in canna. Maurizio realizzò che ormai mancavano pochi minuti al tramonto. Cominciò a chiudere la canna, borbottando qualcosa sul fatto che era da incoscienti stare fino a quelle ore a qualche chilometro dalla civiltà, nella neve, dispersi in una landa desolata del Po. "Se ci impantaniamo con la macchina non sappiamo nemmeno dove cercare un trattore!", disse sconfortato.
L'anatema ebbe un effetto pressoché immediato. Dichiarai l'ultima passata per la quinta volta, quella definitiva. Stavo per recuperare, e quindi chiusi l'archetto. Il finale doveva essersi già sollevato dal fondo, dando luogo a una delle poche passate a vuoto di quel giorno. Proprio mentre mettevo la mano sul mulinello, vidi una mangiata che pareva una schioppettata. Andai a vuoto. Esclamai: "Forse ho sbagliato un cavedano!". Piero rispose: "Cominci ad avere quelle allucinazioni che hanno i ricercatori in Antartide. Sono causate dal buio e dalla neve!".
Maurizio aveva già chiuso; gli cedetti la mia canna e cominciai a rimettere via la roba alla bell'e meglio, visto che non si vedeva più nulla. Alle mie spalle sentii il suono inequivocabile di una ferrata. "È un bel pesce", disse. "Non credo sia un barbo, va troppo veloce". Avevo chiuso quasi tutto, e mentre avevo ancora il capo chinato nella borsa gli dissi: "Dai, tiralo fuori, così vediamo cos'è e te lo fotografo".
Non era un cavedano, ma gli somigliava parecchio. Quel pesce non lo fotografammo: complice il freddo, la vecchia D40 non voleva saperne di fare foto, segnava batteria scarica. Le foto comunque non servirono, almeno a me, perché quel pesce mi rimase impresso per un pezzo. Era parecchio grosso, un pesce sui due chili e mezzo abbondanti, affusolato, di certo un ottimo nuotatore. La coda biloba e robusta era un chiaro indizio di capacità acquatiche spiccate. Sembrava più un pesce pelagico che di fiume, con un muso piuttosto acuminato: non sembrava proprio un ciprinide. Le sembianze erano quelle di un cavedano, soltanto molto più allungato, decisamente più minaccioso. "Il fratello brutto del cavedano", pensai tra me.
Era la prima volta che vedevo un aspio dal vivo. Ero abituato alla fauna dei fiumi veneti di quegli anni, quindi, tolti breme, gardon e carassi, non avevo grosse chance di incontrare pesci alloctoni. Per me era un pesce nuovo: ne avevo sentito parlare soltanto sulle riviste, e soltanto a proposito di spinning. Non avevo idea di che animale fosse, né di quanto potesse essere casuale la sua cattura a bolognese, né che si trattasse di un pesce estremamente sportivo da catturare.
Per essere onesto, guardavo con sospetto anche i barbi europei: non avevo grande simpatia per gli alloctoni in genere. A quel tempo non mi era del tutto chiaro quanta irreversibilità ci fosse in alcuni errori, né quanto, nonostante gli errori, potessimo, con adeguate distinzioni e regole precise, considerare risorse anche i pesci non autoctoni ormai naturalizzati. La conservazione dello stato in cui versano oggi le risorse della pesca va mantenuta e preservata con equilibrio, senza cadere in semplificazioni.
Lucifughi e onnivori, con eccezioni
La deduzione che a freddo feci su quei pesci e su quella giornata non fu in realtà del tutto semplice. Avevo notato mangiate estremamente rapide, tipo cavedano, al mattino presto e al calar del sole. Il fatto che non le avessi prese lo avevo imputato, giustamente, alla montatura: una grezza geometria dotata di pallettone, con un finale lungo e piombato — esattamente quello che non serve per un pesce rapido a mangiare.
L'altro aspetto che avevo erroneamente assegnato a un'altra natura era la presenza di questi pesci in pastura: i fatti indicavano che fossero aspi. Il ragionamento logico sembrava essere: quando arrivano i barbi, la confusione generata scaccia gli aspi. Non era così. L'aspio è un pesce che, nelle giornate luminose, sta al riparo negli anfratti delle massicciate ed esce in caccia, o in attività, soltanto con condizioni di scarsa luminosità: albeggio e tramonto. È un animale lucifugo. Cresce inoltre fino a 9 kg e può raggiungere un metro di lunghezza: è un pesce che, all'aumentare dell'età e della taglia, diventa prevalentemente ittiofago, perdendo in parte il carattere "onnivoro" che lo accomuna al cavedano.
Questa piccola premessa serve semplicemente a stabilire i campi e i limiti di utilizzo della bolognese nella cattura di questo eccezionale predatore. Nelle giornate particolarmente soleggiate e nelle ore centrali sarà difficile catturarlo; sarà invece molto comune avere attività per tutto il giorno nelle giornate invernali e primaverili di scarsa luminosità. Arriviamo al punto che interessa tutti: fino a che taglia si può arrivare in bolognese? Con un po' di fortuna anche 6 o 7 kg: se il finale tiene e il pesce mangia, non è impossibile.
Volendo essere più obiettivi, è abbastanza raro che un pesce sopra i 4-5 kg si lasci ingolosire da una fumata di bigattini: è un po' come per la pesca alla spigola, più si sale di taglia più serve un'esca specifica. In aggiunta a questo: un onnivoro che però è prevalentemente un predatore non è insensibile al richiamo di proteine servite con uno sforzo minimo, nella fattispecie la fiondata di bigattini di cui sopra. Avrà però un'altissima possibilità di aver già sperimentato il gusto dell'acciaio al carbonio a filo di gengiva: a voi le conclusioni.
In Adda basso, al giorno d'oggi
Partire da casa pensando "oggi si va a caccia di aspi" era sinceramente una faccenda che dovevo ancora sperimentare fino al 12 marzo del 2016. In qualche anno di Po, Adda basso e affluenti mi era successo di prenderne; mi era persino successo di mettermi a pescarli per un paio d'ore, soltanto loro, quando pensavo che fossero più attivi, usando lenze leggere. Non ero mai partito con l'idea di dare loro la caccia tagliando fuori il barbo, con cui condividono buona parte dell'habitat.
Occorre farlo almeno una volta, se si vuole davvero capire che tipo di avversario possa essere l'aspio: prenderlo per caso mentre si pesca a passata non insegna granché al pescatore su questo pesce. Carlo, il complice di tante malefatte, questa volta era stato molto chiaro su cosa aspettarci. L'ultima parte me la rimuginavo mentre guidavo sullo stradone bianco che conduce al fiume: "Non sarà facile lavorare uno di quegli arnesi con un finale del 12 o dell'11".
In Adda basso la popolazione di aspio è notevolissima. Il particolare ambiente, nei pressi della diga di Pizzighettone e per 5-6 km a valle, è fatto di bassi fondali alternati a buche e raschi: un terreno di caccia e riproduzione ideale per questi pesci. Vanno a branchi non troppo numerosi quando sono di taglia elevata, 5-6 esemplari al massimo, ma scelgono zone molto specifiche dove stazionare, tanto che trovare più branchi non è raro. Le lame con acqua bassa a valle delle buche sono da considerarsi pool molto buone. Questo ciprinide atipico non è un grufolatore per predilezione: il fatto che scelga i bassifondi successivi alle buche è strettamente legato a come cerca il cibo, in velocità e a mezz'acqua. L'Adda, a momenti alterni, ha dato schiuse di effimere da far ingolosire qualunque trota o cavedano, ma l'aspio, con mia grande sorpresa, mi è stato spiegato non essere così insettivoro come invece avrei supposto: di fatto non ho visto una bollata che fosse una.
La tecnica di pesca necessaria per insidiare a bolognese questi pesci è di impostazione molto minimale: non servono quintali di pastura, trapani, secchi eccetera. Basta la canna, la fionda e una sacca di bigattini al collo. Gli aspi possono posizionarsi su vari strati d'acqua, mangiare sul fondo o staccati: rispetto al cavedano preferiscono, in modo variabile rispetto agli ambienti e alle condizioni, mangiare sollevati dal fondo. Durante tutto l'arco della giornata abbiamo pescato su circa 1,8 metri, sia stando ben in terra sia staccandoci anche di 30-40 cm. Non è un record, ma è un'indicazione molto chiara di come agisce questo "simil-cavedano", considerando che in marzo l'acqua non è poi così calda da far sollevare il pesce naturalmente.
A fionda e veloci
Tralascio le varie prove effettuate per una sintetica e sommaria cronaca dell'approccio che ha reso meglio. Dimentichiamo i finali lunghi e le scalate "in stile peschiera": due sono state le lenze che hanno retto il gioco, una scalata medio-lunga a bottoni di camicia e una più leggera e più corta a geometria inversa. Entrambe erano dotate di un finale di circa 30 cm.
La lenza a bottoni di camicia era sul grammo e mezzo, distribuita su circa 70 cm; completa di terminale arrivava al metro scarso. Era composta da 15 pallini di misura crescente verso l'alto, equidistanti. Abbiamo pescato con questo schema fiondando bigattini circa 10 metri a monte di noi, cercando il pesce sul fondo o staccato di 5 centimetri. Uno schema a pallini equidistanti ha un vantaggio rispetto ad altri: consente una grande verticalità della lenza e quindi una segnalazione piuttosto immediata. Non è molto morbido nelle fluttuazioni, ma questo viene mitigato dal fatto che, in questo contesto, va utilizzato dimezzando il peso che una lenza normale richiederebbe. In sostanza si tratta di passare molto veloci, alla velocità della corrente, seguendo il treno dei bigattini trascinati a valle a filo di fondale. Pescando su un fondale irregolare, vortici e rigiri sono all'ordine del giorno: una lettura attenta della corrente è fondamentale per capire dove posizionarsi e dove lanciare le nostre fiondate.
L'altro schema utilizzato è ancora più estremo: prevede una montatura più leggera di un terzo, sul grammo. La lenza non è più lunga di 50 cm e prevede una realizzazione con soli pallini del numero 8: si parte vicino all'asola, a mezzo centimetro di distanza, e si aumenta di mezzo centimetro alla volta, salendo progressivamente fino a taratura. Lo schema è ultra rigido ma anche ultra leggero. Il finale, come nel caso precedente, è sui 30 cm, ma si può scendere anche a 20-25 in caso di mangiate particolarmente rapide. Questo metodo estremo è congeniale quando si pesca staccati di molto dal fondo: il bigattino è "impiccato", ma la velocità estrema della lenza non dà modo al pesce di accorgersi dell'inganno, perché il tempo che ha per decidere è troppo breve. In questi casi occorrerà stare più corti con la fiondata, facendo in modo che la calata dei bigattini intercetti la nostra esca davanti a noi o poco a valle, per essere repentini e precisi sulla ferrata.
Lunga o corta?
Ci sono due approcci tipo: canna lunga o canna corta. Per canna corta intendiamo una bolognese dai 4 ai 5 metri: questo tipo di canna non ha praticamente controllo quando si pesca a più di 10 metri dal pescatore, ma in questo range nessuna canna lunga può competere in velocità di ferrata. Per canna lunga intendiamo una 6-7 metri, ideale per pescare sulla linea più esterna, tra i 12 e i 15 metri: in questo caso la lenza subisce un lieve controllo in più. Nel caso di utilizzo di canne lunghe, occorre un piccolo stratagemma: è molto opportuno tenere tutto il filo fuori dall'acqua. Questo dà quel piccolo vantaggio sul pesce al momento della ferrata, e in qualche caso porta a una vera e propria auto-ferrata.
Pro e contro? Le canne corte sono più agili da gestire, non affaticano, e in taluni casi innalzano il numero di ferrate a segno. Le canne lunghe forniscono quel grado in più di controllo che serve per guidare le lenze un po' più distanti, e offrono grossi vantaggi in caso di pesci di taglia extra.
L'anatema ebbe un effetto pressoché immediato. Dichiarai l'ultima passata per la quinta volta, quella definitiva. Stavo per recuperare, e quindi chiusi l'archetto. Il finale doveva essersi già sollevato dal fondo, dando luogo a una delle poche passate a vuoto di quel giorno. Proprio mentre mettevo la mano sul mulinello, vidi una mangiata che pareva una schioppettata. Andai a vuoto. Esclamai: "Forse ho sbagliato un cavedano!". Piero rispose: "Cominci ad avere quelle allucinazioni che hanno i ricercatori in Antartide. Sono causate dal buio e dalla neve!".
Maurizio aveva già chiuso; gli cedetti la mia canna e cominciai a rimettere via la roba alla bell'e meglio, visto che non si vedeva più nulla. Alle mie spalle sentii il suono inequivocabile di una ferrata. "È un bel pesce", disse. "Non credo sia un barbo, va troppo veloce". Avevo chiuso quasi tutto, e mentre avevo ancora il capo chinato nella borsa gli dissi: "Dai, tiralo fuori, così vediamo cos'è e te lo fotografo".
Non era un cavedano, ma gli somigliava parecchio. Quel pesce non lo fotografammo: complice il freddo, la vecchia D40 non voleva saperne di fare foto, segnava batteria scarica. Le foto comunque non servirono, almeno a me, perché quel pesce mi rimase impresso per un pezzo. Era parecchio grosso, un pesce sui due chili e mezzo abbondanti, affusolato, di certo un ottimo nuotatore. La coda biloba e robusta era un chiaro indizio di capacità acquatiche spiccate. Sembrava più un pesce pelagico che di fiume, con un muso piuttosto acuminato: non sembrava proprio un ciprinide. Le sembianze erano quelle di un cavedano, soltanto molto più allungato, decisamente più minaccioso. "Il fratello brutto del cavedano", pensai tra me.
Era la prima volta che vedevo un aspio dal vivo. Ero abituato alla fauna dei fiumi veneti di quegli anni, quindi, tolti breme, gardon e carassi, non avevo grosse chance di incontrare pesci alloctoni. Per me era un pesce nuovo: ne avevo sentito parlare soltanto sulle riviste, e soltanto a proposito di spinning. Non avevo idea di che animale fosse, né di quanto potesse essere casuale la sua cattura a bolognese, né che si trattasse di un pesce estremamente sportivo da catturare.
Per essere onesto, guardavo con sospetto anche i barbi europei: non avevo grande simpatia per gli alloctoni in genere. A quel tempo non mi era del tutto chiaro quanta irreversibilità ci fosse in alcuni errori, né quanto, nonostante gli errori, potessimo, con adeguate distinzioni e regole precise, considerare risorse anche i pesci non autoctoni ormai naturalizzati. La conservazione dello stato in cui versano oggi le risorse della pesca va mantenuta e preservata con equilibrio, senza cadere in semplificazioni.
Lucifughi e onnivori, con eccezioni
La deduzione che a freddo feci su quei pesci e su quella giornata non fu in realtà del tutto semplice. Avevo notato mangiate estremamente rapide, tipo cavedano, al mattino presto e al calar del sole. Il fatto che non le avessi prese lo avevo imputato, giustamente, alla montatura: una grezza geometria dotata di pallettone, con un finale lungo e piombato — esattamente quello che non serve per un pesce rapido a mangiare.
L'altro aspetto che avevo erroneamente assegnato a un'altra natura era la presenza di questi pesci in pastura: i fatti indicavano che fossero aspi. Il ragionamento logico sembrava essere: quando arrivano i barbi, la confusione generata scaccia gli aspi. Non era così. L'aspio è un pesce che, nelle giornate luminose, sta al riparo negli anfratti delle massicciate ed esce in caccia, o in attività, soltanto con condizioni di scarsa luminosità: albeggio e tramonto. È un animale lucifugo. Cresce inoltre fino a 9 kg e può raggiungere un metro di lunghezza: è un pesce che, all'aumentare dell'età e della taglia, diventa prevalentemente ittiofago, perdendo in parte il carattere "onnivoro" che lo accomuna al cavedano.
Questa piccola premessa serve semplicemente a stabilire i campi e i limiti di utilizzo della bolognese nella cattura di questo eccezionale predatore. Nelle giornate particolarmente soleggiate e nelle ore centrali sarà difficile catturarlo; sarà invece molto comune avere attività per tutto il giorno nelle giornate invernali e primaverili di scarsa luminosità. Arriviamo al punto che interessa tutti: fino a che taglia si può arrivare in bolognese? Con un po' di fortuna anche 6 o 7 kg: se il finale tiene e il pesce mangia, non è impossibile.
Volendo essere più obiettivi, è abbastanza raro che un pesce sopra i 4-5 kg si lasci ingolosire da una fumata di bigattini: è un po' come per la pesca alla spigola, più si sale di taglia più serve un'esca specifica. In aggiunta a questo: un onnivoro che però è prevalentemente un predatore non è insensibile al richiamo di proteine servite con uno sforzo minimo, nella fattispecie la fiondata di bigattini di cui sopra. Avrà però un'altissima possibilità di aver già sperimentato il gusto dell'acciaio al carbonio a filo di gengiva: a voi le conclusioni.
In Adda basso, al giorno d'oggi
Partire da casa pensando "oggi si va a caccia di aspi" era sinceramente una faccenda che dovevo ancora sperimentare fino al 12 marzo del 2016. In qualche anno di Po, Adda basso e affluenti mi era successo di prenderne; mi era persino successo di mettermi a pescarli per un paio d'ore, soltanto loro, quando pensavo che fossero più attivi, usando lenze leggere. Non ero mai partito con l'idea di dare loro la caccia tagliando fuori il barbo, con cui condividono buona parte dell'habitat.
Occorre farlo almeno una volta, se si vuole davvero capire che tipo di avversario possa essere l'aspio: prenderlo per caso mentre si pesca a passata non insegna granché al pescatore su questo pesce. Carlo, il complice di tante malefatte, questa volta era stato molto chiaro su cosa aspettarci. L'ultima parte me la rimuginavo mentre guidavo sullo stradone bianco che conduce al fiume: "Non sarà facile lavorare uno di quegli arnesi con un finale del 12 o dell'11".
In Adda basso la popolazione di aspio è notevolissima. Il particolare ambiente, nei pressi della diga di Pizzighettone e per 5-6 km a valle, è fatto di bassi fondali alternati a buche e raschi: un terreno di caccia e riproduzione ideale per questi pesci. Vanno a branchi non troppo numerosi quando sono di taglia elevata, 5-6 esemplari al massimo, ma scelgono zone molto specifiche dove stazionare, tanto che trovare più branchi non è raro. Le lame con acqua bassa a valle delle buche sono da considerarsi pool molto buone. Questo ciprinide atipico non è un grufolatore per predilezione: il fatto che scelga i bassifondi successivi alle buche è strettamente legato a come cerca il cibo, in velocità e a mezz'acqua. L'Adda, a momenti alterni, ha dato schiuse di effimere da far ingolosire qualunque trota o cavedano, ma l'aspio, con mia grande sorpresa, mi è stato spiegato non essere così insettivoro come invece avrei supposto: di fatto non ho visto una bollata che fosse una.
La tecnica di pesca necessaria per insidiare a bolognese questi pesci è di impostazione molto minimale: non servono quintali di pastura, trapani, secchi eccetera. Basta la canna, la fionda e una sacca di bigattini al collo. Gli aspi possono posizionarsi su vari strati d'acqua, mangiare sul fondo o staccati: rispetto al cavedano preferiscono, in modo variabile rispetto agli ambienti e alle condizioni, mangiare sollevati dal fondo. Durante tutto l'arco della giornata abbiamo pescato su circa 1,8 metri, sia stando ben in terra sia staccandoci anche di 30-40 cm. Non è un record, ma è un'indicazione molto chiara di come agisce questo "simil-cavedano", considerando che in marzo l'acqua non è poi così calda da far sollevare il pesce naturalmente.
A fionda e veloci
Tralascio le varie prove effettuate per una sintetica e sommaria cronaca dell'approccio che ha reso meglio. Dimentichiamo i finali lunghi e le scalate "in stile peschiera": due sono state le lenze che hanno retto il gioco, una scalata medio-lunga a bottoni di camicia e una più leggera e più corta a geometria inversa. Entrambe erano dotate di un finale di circa 30 cm.
La lenza a bottoni di camicia era sul grammo e mezzo, distribuita su circa 70 cm; completa di terminale arrivava al metro scarso. Era composta da 15 pallini di misura crescente verso l'alto, equidistanti. Abbiamo pescato con questo schema fiondando bigattini circa 10 metri a monte di noi, cercando il pesce sul fondo o staccato di 5 centimetri. Uno schema a pallini equidistanti ha un vantaggio rispetto ad altri: consente una grande verticalità della lenza e quindi una segnalazione piuttosto immediata. Non è molto morbido nelle fluttuazioni, ma questo viene mitigato dal fatto che, in questo contesto, va utilizzato dimezzando il peso che una lenza normale richiederebbe. In sostanza si tratta di passare molto veloci, alla velocità della corrente, seguendo il treno dei bigattini trascinati a valle a filo di fondale. Pescando su un fondale irregolare, vortici e rigiri sono all'ordine del giorno: una lettura attenta della corrente è fondamentale per capire dove posizionarsi e dove lanciare le nostre fiondate.
L'altro schema utilizzato è ancora più estremo: prevede una montatura più leggera di un terzo, sul grammo. La lenza non è più lunga di 50 cm e prevede una realizzazione con soli pallini del numero 8: si parte vicino all'asola, a mezzo centimetro di distanza, e si aumenta di mezzo centimetro alla volta, salendo progressivamente fino a taratura. Lo schema è ultra rigido ma anche ultra leggero. Il finale, come nel caso precedente, è sui 30 cm, ma si può scendere anche a 20-25 in caso di mangiate particolarmente rapide. Questo metodo estremo è congeniale quando si pesca staccati di molto dal fondo: il bigattino è "impiccato", ma la velocità estrema della lenza non dà modo al pesce di accorgersi dell'inganno, perché il tempo che ha per decidere è troppo breve. In questi casi occorrerà stare più corti con la fiondata, facendo in modo che la calata dei bigattini intercetti la nostra esca davanti a noi o poco a valle, per essere repentini e precisi sulla ferrata.
Lunga o corta?
Ci sono due approcci tipo: canna lunga o canna corta. Per canna corta intendiamo una bolognese dai 4 ai 5 metri: questo tipo di canna non ha praticamente controllo quando si pesca a più di 10 metri dal pescatore, ma in questo range nessuna canna lunga può competere in velocità di ferrata. Per canna lunga intendiamo una 6-7 metri, ideale per pescare sulla linea più esterna, tra i 12 e i 15 metri: in questo caso la lenza subisce un lieve controllo in più. Nel caso di utilizzo di canne lunghe, occorre un piccolo stratagemma: è molto opportuno tenere tutto il filo fuori dall'acqua. Questo dà quel piccolo vantaggio sul pesce al momento della ferrata, e in qualche caso porta a una vera e propria auto-ferrata.
Pro e contro? Le canne corte sono più agili da gestire, non affaticano, e in taluni casi innalzano il numero di ferrate a segno. Le canne lunghe forniscono quel grado in più di controllo che serve per guidare le lenze un po' più distanti, e offrono grossi vantaggi in caso di pesci di taglia extra.Tieni il tuo archivio delle uscite
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