Testo e foto di Silvio Fattori
L'argomento di questo numero riguarda l'uso di un galleggiante che molti pensano di conoscere, ma che è sempre piuttosto problematico da vari punti di vista. Come ho avuto modo di dire più di una volta, questo modello ha fautori che non rinuncerebbero mai a montarlo su una lenza, e io sono fra questi, mentre altri lo scartano a priori, ritenendolo troppo difficile da leggere e scarsamente utilizzabile nella maggior parte delle acque. Ora, mentre posso essere d'accordo con il secondo appunto, per il primo credo proprio che ci sia da parlarne, perché probabilmente è solo una questione di abitudine all'uso.
Parlare genericamente di "fiaschetto" può essere riduttivo, visto che questo appellativo si può dare a modelli con diversi rapporti dimensionali. Ce ne sono di allungati, di tozzi, di intermedi, ma tutti hanno un denominatore comune: una pancia abbastanza pronunciata e un collo più o meno lungo che diventa molto sottile verso l'antenna, tanto che nei modelli più raffinati capire dove finisce il collo e dove comincia l'antenna può essere difficile. Ma non è solo la forma più o meno allungata del corpo a distinguere i nostri "fiaschetti": possono diventarlo anche altri componenti, come l'antenna, che può essere in plastica piena, in fibra di vetro o anche in metallo. Le ho elencate in quest'ordine perché, dalla prima all'ultima, si ha un incremento di sensibilità piuttosto accentuato, mentre aumenta anche un altro fattore di non poca importanza, cioè la visibilità. Mi riferisco in particolare agli ultimi, quelli con l'antenna in acciaio armonico che di solito non supera la misura di 0,20 mm.
Partiamo dai lati negativi di questi galleggianti, che non sono pochi e che ne limitano l'uso solo ad acque ferme o con una velocità trascurabile. Il maggior problema per l'uso in acque mosse è dato dalla posizione dell'anellino per il passaggio del filo, che non può mai essere posto a stretto contatto con l'antenna per la sottigliezza del collo. La scarsità di materiale in questo punto non permette un incollaggio e una tenuta sufficienti. Solo nei modelli un po' più "massicci" è possibile assicurare un minimo di tenuta; per gli altri è una battaglia persa, e bisogna accontentarsi di posizioni più basse. Tutto questo rende impossibile effettuare anche una minima trattenuta senza che il collo del galleggiante esca dalla superficie dell'acqua, rendendo la gestione della passata un inferno. E anche in caso di vento non si comportano poi così bene, con quel collino sottile che tende sempre a uscire dall'acqua. Altro giro, altro problema: quello del percorso che deve fare il filo attorno al profilo del corpo.
Entra attraverso l'anellino e descrive la curva molto ampia della pancia, per poi tornare bruscamente alla base della deriva. Tutto questo, quando il filo è in tensione, o in caso di una ferrata un po'... ardita, provoca un notevole sforzo a carico dell'anellino, che tende a sradicarsi dato che l'infissione nel legno di balsa è precaria per la sottigliezza del collo. Bisogna fare attenzione anche a spostare il galleggiante sul filo per dare fondo o toglierlo, perché con la curva accentuata che descrive sulla pancia, se non sblocchiamo i tubetti in silicone che lo fermano sulla deriva, rischiamo di intaccare la vernice rovinandolo. Evitare, dunque, le tensioni eccessive. Per questo mi sento di sconsigliare vivamente l'uso di questi modelli nei carpodromi, anche quando la pesca è lenta come, ad esempio, in inverno: può bastare una carpa nemmeno tanto grossa per ridurre il galleggiante a un rottame inutilizzabile.
Qualcuno, considerati i difetti evidenziati, si sarà chiesto come possa piacermi così tanto questo modello di galleggiante. Semplicemente perché è insuperabile a livello di sensibilità e lettura della mangiata, una volta che ci si è fatto l'occhio. Non esiste un galleggiante "parlante" come il fiaschetto se ci sono da prendere pesci sospettosi. Tarandolo da metà antenna a "bolla", vi dirà anche se i pesci passano accanto all'esca e se si sono fermati a guardarla — figuriamoci se la mangiano. Certo, non è un galleggiante da mais e nemmeno da verme, ma se innescate esche leggere come un solo bigattino, un singolo ver de vase o un ciuffetto di queste larve acquatiche, il lavoro che fa è una goduria assoluta.
Un collo così sottile e delicato come quello dei fiaschetti merita un minimo di attenzione e, soprattutto, un po' di prevenzione dei danni che si possono verificare in pesca, in particolare a carico del punto più delicato, quello di inserzione dell'antenna nel corpo in balsa. Il filo che fa uno o due giri intorno all'antenna mentre si pesca non è certo un problema per un galleggiante a goccia o a pera rovesciata: anche in caso di una ferrata violenta, l'antenna flette, il filo si libera e tutto ritorna come prima dell'attorcigliamento. La flessione dell'antenna, in un galleggiante a collo sottile, è invece un fatto traumatico, e si può rompere il delicatissimo punto di contatto collo-antenna. Attraverso le piccole crepe che si formano entra l'acqua, il galleggiante "beve", comincia ad affondare e poi si rovina definitivamente.
Le cose che possiamo fare sono due. La prima è la prevenzione del danno, dando un velo di colla cianoacrilica (tipo Attak) intorno al collo prima di montare il galleggiante in lenza: non che dia una robustezza a prova di bomba, ma aiuta. La seconda è il recupero di un galleggiante che presenti delle crepe intorno al punto di inserzione dell'antenna: anche in questo caso basta dare un velo di cianoacrilico per riparare le fratture, e poi, se si intravede il colore chiaro del legno di balsa, si passa con un pennarello nero sulla riparazione (a colla asciutta) per avere di nuovo un galleggiante perfetto.
La lunghezza del collo è determinante per il controllo costante della lenza: più è lungo, più è difficile gestirla. Per questo preferisco fiaschetti molto compatti, ma questa è una mia opinione, e può darsi che per altri non valga lo stesso discorso. Va comunque notato che un collo molto lungo e sottile, per motivi tecnici, impone una posizione dell'anellino piuttosto bassa, e questo contribuisce a un'emersione del collo molto pronunciata in caso di spostamento laterale della lenza per movimenti di adescamento, cosa che a me non piace. Io preferisco un galleggiante che mantiene il corpo sommerso durante gli spostamenti, e che mi permette di valutare un'eventuale spiombata per sollevamento dell'ultimo piombo da parte del pesce durante l'azione: con il collo già fuori a causa della trazione, sarebbe impossibile capire se dipende da me o da un pesce che sta abboccando. Devo però ammettere che un collo lungo e sottile, a lenza ferma, è insuperabile per scorgere una spiombata: basta che il pesce sollevi un piombino da tocco del 9 perché vi escano dall'acqua 5 mm di collo.
La stabilità non trascendentale di questi galleggianti va incrementata abbinando una piombatura piuttosto raccolta. Non pretendete di affiancare il fiaschetto a lenze "spallinate" da cavedano, senza prepararvi a un controllo della lenza quasi impossibile: questi galleggianti, lo ripeto per l'ennesima volta, pescano bene a lenza ferma o, al massimo, trascinata lentamente con la punta della canna. Un bulk a tarare il 90% della portata del galleggiante, e uno, al massimo due pallini sotto, sono quanto occorre, ed è bene che tutta la piombatura non superi i 25 cm di estensione. Anche i finali da abbinare devono essere corti: da 15 a 25 cm. Se si pescano pesci che hanno la caratteristica di mangiare frequentemente in spiombata, è bene che la misura del pallino piazzato al nodo del finale non sia eccessivamente piccola: un 9, ma anche un 8 se si pesca con piombature intorno al grammo, sono da preferire.
Parlare genericamente di "fiaschetto" può essere riduttivo, visto che questo appellativo si può dare a modelli con diversi rapporti dimensionali. Ce ne sono di allungati, di tozzi, di intermedi, ma tutti hanno un denominatore comune: una pancia abbastanza pronunciata e un collo più o meno lungo che diventa molto sottile verso l'antenna, tanto che nei modelli più raffinati capire dove finisce il collo e dove comincia l'antenna può essere difficile. Ma non è solo la forma più o meno allungata del corpo a distinguere i nostri "fiaschetti": possono diventarlo anche altri componenti, come l'antenna, che può essere in plastica piena, in fibra di vetro o anche in metallo. Le ho elencate in quest'ordine perché, dalla prima all'ultima, si ha un incremento di sensibilità piuttosto accentuato, mentre aumenta anche un altro fattore di non poca importanza, cioè la visibilità. Mi riferisco in particolare agli ultimi, quelli con l'antenna in acciaio armonico che di solito non supera la misura di 0,20 mm.
Partiamo dai lati negativi di questi galleggianti, che non sono pochi e che ne limitano l'uso solo ad acque ferme o con una velocità trascurabile. Il maggior problema per l'uso in acque mosse è dato dalla posizione dell'anellino per il passaggio del filo, che non può mai essere posto a stretto contatto con l'antenna per la sottigliezza del collo. La scarsità di materiale in questo punto non permette un incollaggio e una tenuta sufficienti. Solo nei modelli un po' più "massicci" è possibile assicurare un minimo di tenuta; per gli altri è una battaglia persa, e bisogna accontentarsi di posizioni più basse. Tutto questo rende impossibile effettuare anche una minima trattenuta senza che il collo del galleggiante esca dalla superficie dell'acqua, rendendo la gestione della passata un inferno. E anche in caso di vento non si comportano poi così bene, con quel collino sottile che tende sempre a uscire dall'acqua. Altro giro, altro problema: quello del percorso che deve fare il filo attorno al profilo del corpo.
Entra attraverso l'anellino e descrive la curva molto ampia della pancia, per poi tornare bruscamente alla base della deriva. Tutto questo, quando il filo è in tensione, o in caso di una ferrata un po'... ardita, provoca un notevole sforzo a carico dell'anellino, che tende a sradicarsi dato che l'infissione nel legno di balsa è precaria per la sottigliezza del collo. Bisogna fare attenzione anche a spostare il galleggiante sul filo per dare fondo o toglierlo, perché con la curva accentuata che descrive sulla pancia, se non sblocchiamo i tubetti in silicone che lo fermano sulla deriva, rischiamo di intaccare la vernice rovinandolo. Evitare, dunque, le tensioni eccessive. Per questo mi sento di sconsigliare vivamente l'uso di questi modelli nei carpodromi, anche quando la pesca è lenta come, ad esempio, in inverno: può bastare una carpa nemmeno tanto grossa per ridurre il galleggiante a un rottame inutilizzabile.
Qualcuno, considerati i difetti evidenziati, si sarà chiesto come possa piacermi così tanto questo modello di galleggiante. Semplicemente perché è insuperabile a livello di sensibilità e lettura della mangiata, una volta che ci si è fatto l'occhio. Non esiste un galleggiante "parlante" come il fiaschetto se ci sono da prendere pesci sospettosi. Tarandolo da metà antenna a "bolla", vi dirà anche se i pesci passano accanto all'esca e se si sono fermati a guardarla — figuriamoci se la mangiano. Certo, non è un galleggiante da mais e nemmeno da verme, ma se innescate esche leggere come un solo bigattino, un singolo ver de vase o un ciuffetto di queste larve acquatiche, il lavoro che fa è una goduria assoluta.
Un collo così sottile e delicato come quello dei fiaschetti merita un minimo di attenzione e, soprattutto, un po' di prevenzione dei danni che si possono verificare in pesca, in particolare a carico del punto più delicato, quello di inserzione dell'antenna nel corpo in balsa. Il filo che fa uno o due giri intorno all'antenna mentre si pesca non è certo un problema per un galleggiante a goccia o a pera rovesciata: anche in caso di una ferrata violenta, l'antenna flette, il filo si libera e tutto ritorna come prima dell'attorcigliamento. La flessione dell'antenna, in un galleggiante a collo sottile, è invece un fatto traumatico, e si può rompere il delicatissimo punto di contatto collo-antenna. Attraverso le piccole crepe che si formano entra l'acqua, il galleggiante "beve", comincia ad affondare e poi si rovina definitivamente.
Le cose che possiamo fare sono due. La prima è la prevenzione del danno, dando un velo di colla cianoacrilica (tipo Attak) intorno al collo prima di montare il galleggiante in lenza: non che dia una robustezza a prova di bomba, ma aiuta. La seconda è il recupero di un galleggiante che presenti delle crepe intorno al punto di inserzione dell'antenna: anche in questo caso basta dare un velo di cianoacrilico per riparare le fratture, e poi, se si intravede il colore chiaro del legno di balsa, si passa con un pennarello nero sulla riparazione (a colla asciutta) per avere di nuovo un galleggiante perfetto.
La lunghezza del collo è determinante per il controllo costante della lenza: più è lungo, più è difficile gestirla. Per questo preferisco fiaschetti molto compatti, ma questa è una mia opinione, e può darsi che per altri non valga lo stesso discorso. Va comunque notato che un collo molto lungo e sottile, per motivi tecnici, impone una posizione dell'anellino piuttosto bassa, e questo contribuisce a un'emersione del collo molto pronunciata in caso di spostamento laterale della lenza per movimenti di adescamento, cosa che a me non piace. Io preferisco un galleggiante che mantiene il corpo sommerso durante gli spostamenti, e che mi permette di valutare un'eventuale spiombata per sollevamento dell'ultimo piombo da parte del pesce durante l'azione: con il collo già fuori a causa della trazione, sarebbe impossibile capire se dipende da me o da un pesce che sta abboccando. Devo però ammettere che un collo lungo e sottile, a lenza ferma, è insuperabile per scorgere una spiombata: basta che il pesce sollevi un piombino da tocco del 9 perché vi escano dall'acqua 5 mm di collo.
La stabilità non trascendentale di questi galleggianti va incrementata abbinando una piombatura piuttosto raccolta. Non pretendete di affiancare il fiaschetto a lenze "spallinate" da cavedano, senza prepararvi a un controllo della lenza quasi impossibile: questi galleggianti, lo ripeto per l'ennesima volta, pescano bene a lenza ferma o, al massimo, trascinata lentamente con la punta della canna. Un bulk a tarare il 90% della portata del galleggiante, e uno, al massimo due pallini sotto, sono quanto occorre, ed è bene che tutta la piombatura non superi i 25 cm di estensione. Anche i finali da abbinare devono essere corti: da 15 a 25 cm. Se si pescano pesci che hanno la caratteristica di mangiare frequentemente in spiombata, è bene che la misura del pallino piazzato al nodo del finale non sia eccessivamente piccola: un 9, ma anche un 8 se si pesca con piombature intorno al grammo, sono da preferire.Tieni il tuo archivio delle uscite
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